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	<title>Trame 1 &#187; blog | Trame 1</title>
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	<description>Festival dei libri sulle mafie</description>
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		<title>Tano Grasso risponde a Corrado Augias</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:41:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi giorni Tano Grasso e il nostro festival sono stati al centro di molti articoli comparsi su stampa nazionale e locale, rimbalzati su internet e rilanciati sui social network. A scatenare questo tam tam mediatico l&#8217;attacco di Corrado Augias comparso su Repubblica lo scorso 16 novembre, a proposito dell&#8217;operato dell&#8217;assessorato di Grasso rispetto a fondi tolti alla musica classica e impiegati in iniziative pubbliche contro le cosche. Tano Grasso ha deciso di rispondere. Pubblichiamo qui la lettere inviata ad Augias. Egr.dott. Corrado Augias &#8211; La Repubblica- Roma Gentile dottor Augias, mi scusi se inizio dalla fine del suo articolo del 16 novembre. Lei scrive che sono “in tempo per rimediare a questa vergogna”. La voglio informare che, a proposito di vergogne, è da oltre venti anni (agosto 1991) che vivo con una scorta della Polizia e che vado in giro per l’Italia, soprattutto nelle regioni meridionali, per cercare di rimediare ad una delle più gravi vergogne del nostro Paese: la presenza delle mafie, il loro condizionamento sulle imprese e gli imprenditori, causa non ultima delle attuali condizioni di questa parte d’Italia dove l’assenza della libertà d’impresa ostacola la valorizzazione delle straordinarie risorse di regioni come la Sicilia o la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi giorni Tano Grasso e il nostro festival sono stati al centro di molti articoli comparsi su stampa nazionale e locale, rimbalzati su internet e rilanciati sui social network. A scatenare questo tam tam mediatico l&#8217;attacco di Corrado Augias comparso su Repubblica lo scorso 16 novembre, a proposito dell&#8217;operato dell&#8217;assessorato di Grasso rispetto a fondi tolti alla  musica classica e impiegati in iniziative pubbliche contro le cosche. Tano Grasso ha deciso di rispondere. Pubblichiamo qui la lettere inviata ad Augias.<span id="more-2290"></span></p>
<p style="text-align: justify"><em>Egr.dott. Corrado Augias &#8211; La Repubblica- Roma</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Gentile dottor Augias,</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>mi scusi se inizio dalla fine del suo articolo del 16 novembre. Lei scrive che sono “in tempo per rimediare a questa vergogna”. La voglio informare che, a proposito di vergogne, è da oltre venti anni (agosto 1991) che vivo con una scorta della Polizia e che vado in giro per l’Italia, soprattutto nelle regioni meridionali, per cercare di rimediare ad una delle più gravi vergogne del nostro Paese: la presenza delle mafie, il loro condizionamento sulle imprese e gli imprenditori, causa non ultima delle attuali condizioni di questa parte d’Italia dove l’assenza della libertà d’impresa ostacola la valorizzazione delle straordinarie risorse di regioni come la Sicilia o la Calabria.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Un’altra considerazione personale prima di entrare nel merito della questione. Lei scrive: “non so chi sia l’assessore Grasso”. Per fatale ironia, nella stessa pagina della sua rubrica e lo stesso giorno, appare un affascinante articolo che nel titolo parla di “corsi e ricorsi storici”, una citazione questa che mi ha sollecitato il ricordo di un altro articolo, incredibile ma vero, sempre sulla stessa pagina pubblicato proprio dieci anni fa. Si trattava della rubrica di Michele Serra (“L’amaca”): da pochi giorni il governo Berlusconi mi aveva cacciato dall’incarico di Commissario antiracket e questa decisione aveva sollevato un’ondata di indignazione. Quella mattina di ognissanti del 2001 Michele Serra, ricostruendo la vicenda, confessa di coltivare un’ipotesi “estrema” circa le ragioni della scelta berlusconiana: “Che non sapessero assolutamente chi fosse [Tano Grasso]. Solo un vago ‘è uno dei loro quindi leviamocelo di torno’. E una sostanziale misconoscenza dei fatti, degli umori, delle persone, dei lutti e delle lotte. Con conseguente sorpresa, e magari rincrescimento, quando si sono accorti che Tano Grasso era Tano Grasso”.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Veniamo al dunque. Lei insinua che possano esserci ragioni “ignobili” a motivare, come lamenta il responsabile di un’associazione culturale locale, la decisione di “azzerare i concorsi nazionali ed internazionali di musica e la stagione concertistica”.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Quando diciotto mesi fa Gianni Speranza mi chiese di fare l’assessore al Comune di Lamezia Terme accettai a condizione di assumere l’incarico di responsabile delle politiche culturali. Per venti anni mi ero trovato a confrontarmi con le organizzazioni mafiose, in Sicilia, in Puglia, in Calabria, in Campania, nell’esclusiva prospettiva del risultato giudiziario (convincere e assistere gli imprenditori a denunciare nei tribunali); di questa impostazione nel tempo ne avvertivo sempre di più i limiti e, soprattutto, avvertivo la necessità di un intervento alla fonte del radicamento mafioso (l’omertà). Dichiarai subito che l’obiettivo del mio impegno amministrativo sarebbe stato quello di provare a togliere l’ossigeno alla ‘ndrangheta: “Se con le sentenze di condanna si arrestano i mafiosi, con la promozione culturale si toglie loro l’ossigeno, si riducono quegli spazi di legittimazione ancora così presenti nella nostra comunità, si offre alle giovani generazioni una possibilità diversa attraverso valori e idee opposte a quelle che costituiscono ragione di forza non secondaria per le organizzazioni mafiose”. Per ottenere questo risultato indicavo la necessità di sollecitare la creatività, di valorizzare i talenti, soprattutto tra i giovani, come un modo di combattere la mafia con strumenti diversi da quelli della repressione. Queste idee le ho rese pubbliche in un documento di diciotto pagine sottoposto al più ampio confronto nella comunità a settembre del 2010 (consultabile sul sito del Comune), pochi mesi dopo il mio insediamento. Tutto questo nella convinzione che fare politica culturale in terra di mafia è cosa assai diversa che farla a Ravenna o a Treviso.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nei mesi successivi si è proceduto, quindi, secondo una consapevole e meditata scelta di campo, certo con tanti limiti, a partire da quelli miei personali.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Porre al centro dell’iniziativa culturale il tema del contrasto alla ‘ndrangheta ha rappresentato una significativa novità, ovviamente contrastata da diversi soggetti. Si è provato a costruire un modello, forse unico nel Mezzogiorno. Puntare sui giovani non solo come fruitori di iniziative culturali ma come protagonisti, artefici di nuovi linguaggi espressivi, soggetti di creatività artistica. E in tal senso il Comune ha utilizzato una parte delle proprie risorse. “Capusutta” è stata sicuramente l’iniziativa più esemplare, il paradigma. Si è realizzato un laboratorio teatrale di nove mesi che ha consentito a ben sessanta ragazzi (di cui ben la metà rom) di essere protagonisti di un processo creativo e di integrazione sotto l’autorevole direzione di Marco Martinelli e con la partecipazione dei ragazzi di Punta Corsara di Emanuele Valenti: il prossimo 16 dicembre venga a vedere lo spettacolo che è stato messo in scena al teatro Valle di Roma.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>L’utilizzazione del palazzo Panariti, trasformato in casa della creatività e della cultura, rappresenta un altro aspetto del paradigma culturale: una struttura non utilizzata del Comune è stata destinata a laboratori di pittura, di musica, di teatro, di cinema. Non limitarsi a offrire spettacoli, pur dignitosi, ma far diventare i giovani calabresi artefici di creatività. Il cambiamento non si realizza con gli spettatori, ma con giovani che costruiscono.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Un’altra esperienza è stata quella di Trame, il primo festival in Italia dei libri sulle mafie. Non solo hanno partecipato 135 ospiti tra magistrati, scrittori, studiosi, giornalisti (tutti gratuitamente), i più rappresentativi a livello nazionale e internazionale per presentare 53 libri; non solo Lamezia ha avuto una visibilità sull’informazione italiana e straniera (per tutti valga l’articolo dell’Economist); ma si è realizzato un evento con una partecipazione mai vista di giovani e di cittadini, con migliaia di persone (12.000 !) a riempire per cinque giorni le piazze della città sino a notte fonda.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>So bene che si è trattato di poca cosa, ma in un territorio così difficile e complesso come la Calabria ha rappresentato una inversione di tendenza.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>C’è poi un altro aspetto coerente a questa innovativa impostazione. Riguarda i criteri di selezione della spesa pubblica secondo principi di assoluta trasparenza. Di fronte ad una situazione assolutamente cristallizzata nell’uso delle risorse pubbliche, sino a rasentare una situazione di quasi monopolio, si è deciso di spezzare privilegi e di aprirsi al più ampio confronto di proposte. Il nuovo regolamento approvato prevede che ogni associazione culturale può presentare progetti suscettibili di finanziamento che saranno valutati da una commissione indipendente attraverso un confronto comparativo. Ciò è stato oggetto di un ampio dibattito con tutte le associazioni.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Di tutto questo Lei non ha dato alcun conto nel suo articolo del 16 novembre, ha “azzerato” ogni iniziativa.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>E a proposito dell’AMA Calabria Lei ha avallato una menzogna pacchiana. Il rappresentante dell’associazione scrive che “tutte le procedure consuete in una democrazia, o più semplicemente in una corretta gestione amministrativa, sono state ignorate” e lamenta che nessuna motivazione è stata fornita. Sarebbe bastato poco per cogliere la falsità di simile affermazione. Sarebbe stato sufficiente collegarsi ai siti locali d’informazione e a quello del Comune per prendere atto delle dichiarazioni dell’amministrazione comunale: ad esempio, avrebbe trovato un comunicato di due pagine e mezza dell’11 marzo; mentre nel comunicato del 18 maggio, avrebbe letto una dichiarazione del sindaco che conclude così: “[…] per tempo, abbiamo cercato di concordare con tutti, e quindi anche con l’AMA nel corso di numerosi incontri, i tagli necessari dicendo quanto quest’anno potevamo investire a sostegno dell’associazione e delle sue attività, compatibilmente con la nuova situazione finanziaria degli enti locali. E’ stata, quindi, l’associazione a scegliere dove e come destinare l’intero ammontare dei contributi comunali previsti per il 2011. E’ quindi dell’AMA la scelta di non tenere il concorso”. Queste parole del Sindaco smentiscono l’altra parte della bugia (che “l’assessore ha deciso tutto da solo”): si è sempre trattato di decisioni collegiali. Probabilmente, questa affermazione serviva per evocare chissà quale “ignobile” motivazione, un accanimento –chissà poi perché- dell’assessore verso l’AMA. Nessun accanimento, stia tranquillo su questo dottor Augias, semplicemente un dovere istituzionale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>A tal proposito mi consenta di rappresentarLe due gravi anomalie. Un’associazione culturale non può far dipendere la propria attività esclusivamente dai finanziamenti del Comune: altrimenti sarebbe una partecipata comunale gestita da privati. L’obiettivo dell’amministrazione è stato quello di aprire l’accesso ai finanziamenti a tutte le associazioni, il nostro dovere è quello di far emergere nuovi talenti e quello di garantire tutti allo stesso modo, secondo il merito di ognuno, offrendo uguali opportunità (a questo servirà il nuovo regolamento).</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ma, soprattutto, l’AMA gode di una assai strana convenzione che impegna il Comune a finanziare con cento mila euro l’anno la scuola di musica e a garantire il costo del fitto dei locali. Non conosco alcuna scuola privata che viene finanziata in una misura così rilevante dal bilancio di un Comune. Mi auguro che presto il consiglio comunale possa porre rimedio a questa grave anomalia, che fa, comunque, dell’AMA Calabria l’associazione che riceve la somma ben più consistente di tutte le altre iniziative presenti sul territorio, e non di poco, anche nell’anno 2011, un anno di grandi tagli al bilancio.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>In conclusione, mi permetta di esprimerLe la mia amarezza per quanto da Lei scritto. Lei ha tutto il diritto di pensare quello che vuole, è un suo diritto assumere e far proprio un punto di vista parziale e di valutare come meritevole di un “interesse nazionale” la decisione di ridurre il finanziamento ad un’associazione privata da 170.000 a 100.000 euro e, di conseguenza, ritenere che tale decisione renda più “derelitta” la Calabria. E’ un problema che riguarda solo il Suo senso della misura e delle proporzioni. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di sottrarmi alla tentazione dei giudizi morali e degli anatemi. E’, invece, un problema anche mio quando Lei scrive su un così autorevole quotidiano che ogni giorno compro dal suo primo numero dai tempi del liceo. Lei, come giornalista di Repubblica, ha il dovere di offrire un’informazione completa: Lei ha questo dovere e io ho questo diritto, lo ripeto, soprattutto, in quanto lettore di un quotidiano così sensibile ai problemi dell’informazione nel nostro Paese. Lei, purtroppo, a questo dovere è venuto meno.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Una sola cortesia Le chiedo infine, con rispetto per la Sua autorevolezza. Per pietà, non usi più l’espressione Calabria “derelitta”. La Calabria non è terra facile, ha un presente segnato da una mafia potente e attiva in tante manifestazioni della vita quotidiana. E’ terra difficile ma possibile: per questo, per tentare di dare un contributo per un destino diverso, con umiltà ho deciso di mettermi in gioco in un’esperienza a perdere (nel  senso che non avevo nulla da guadagnare). Peccato che una parte dell’intellighenzia nazionale non riesca neanche lontanamente a capire cosa è questa regione e continui a perdersi in un’ipocrita retorica. Alibi per tutti.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Con stima sincera, voglia gradire distinti saluti</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tano Grasso</em></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><em>Lamezia Terme, 24 novembre 2011.</em></p>
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		<title>Le mani sulla città</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 13:56:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA['ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[barbacetto]]></category>
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		<description><![CDATA[Milano-Italia. “Abbiamo fatto una città!” Lo dicono loro: centinaia di uomini della ’ndrangheta che vivono tra noi. Frequentano gli stessi bar, e probabilmente il supermercato dove facciamo la spesa l’hanno costruito loro. Ma noi continuiamo a ignorarlo. [p.221, &#8220;Le mani sulla città&#8221;, di Gianni Barbacetto e Davide Milosa.] Gianni Barbacetto è un giornalista che lavora al Fatto quotidiano, è collaboratore del Venerdì di Repubblica, ha lavorato al Mondo, all&#8217;Europeo, a Diario, collabora a Micromega ed è direttore di Omicron (l&#8217;Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord). Insieme a tutte queste cose, Gianni Barbacetto è una persona squisita che risponde alle domande di tutti con precisione e accuratezza. A giugno è stato ospite del festival e ha parlato della mafia nei territori del Nord Italia insieme a Enzo Ciconte e di fronte ad una piazza gremita di persone. (vedi post) Domani esce in libreria il suo nuovo libro scritto a quattro mani con Davide Milosa: &#8220;Le mani sulla città. I boss della ’ndrangheta vivono tra noi e controllano Milano&#8221;. Ci sembrava il minimo presentarlo qui visto il tema a noi così vicino. “Abbiamo fatto una città!” Lo dicono loro: centinaia di uomini della ’ndrangheta che vivono tra noi. Frequentano gli stessi bar, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/09/barbacetto-manisullacitta.jpg"><img class="size-full wp-image-2282 aligncenter" title="mani sulla città" src="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/09/barbacetto-manisullacitta.jpg" alt="" width="512" height="232" /></a></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right">Milano-Italia.<br />
“Abbiamo fatto una città!” Lo dicono loro: centinaia di uomini della ’ndrangheta che vivono tra noi. Frequentano gli stessi bar, e probabilmente il supermercato dove facciamo la spesa l’hanno costruito loro. Ma noi continuiamo a ignorarlo.</p>
<p style="text-align: right">[p.221, <em>&#8220;Le mani sulla città&#8221;</em>, di Gianni Barbacetto e Davide Milosa.]</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left"><span id="more-2272"></span>Gianni Barbacetto è un giornalista che lavora al <em>Fatto quotidiano</em>, è collaboratore del <em>Venerdì</em> <em>di</em> <em>Repubblica</em>, ha lavorato al <em>Mondo</em>, all&#8217;<em>Europeo</em>, a <em>Diario</em>, collabora a <em>Micromega</em> ed è direttore di <strong>Omicron</strong> (l&#8217;Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord). Insieme a tutte queste cose, Gianni Barbacetto è una persona squisita che risponde alle domande di tutti con precisione e accuratezza. A giugno è stato ospite del festival e ha parlato della mafia nei territori del Nord Italia insieme a Enzo Ciconte e di fronte ad una piazza gremita di persone. <a href="http://www.tramefestival.it/2011/?p=2181">(vedi post)</a></p>
<p>Domani esce in libreria il suo nuovo libro scritto a quattro mani con Davide Milosa: <strong>&#8220;Le mani sulla città. I boss della ’ndrangheta vivono tra noi e controllano Milano&#8221;. </strong>Ci sembrava il minimo presentarlo qui visto il tema a noi così vicino. <strong> </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: left"><span style="color: #000000"><span style="text-decoration: underline"> </span><em>“Abbiamo fatto una città!” </em></span><br />
<span style="color: #000000"> Lo dicono loro: centinaia di uomini della ’ndrangheta che vivono tra noi. Frequentano gli stessi bar, e probabilmente il supermercato dove facciamo la spesa l’hanno costruito loro. Ma noi continuiamo a ignorarlo.</span></p>
<p style="text-align: left"><span style="color: #000000">Quello che stupisce è lo stile di vita. Vite da ricchi, condotte nella più totale normalità. Auto da centomila euro e vestiti firmati. Imprenditori dalla faccia pulita come copertura. Avvocati un tempo insospettabili. Giovani ragazzi milanesi che diventano corrieri della droga. Storie straordinarie e incredibili, tutte raccontate con nomi e cognomi. Succede a Milano, oggi: una città che ha toccato il fondo. È questa la sfida a cui sono chiamati il sindaco Giuliano Pisapia e la nuova amministrazione. La borghesia milanese vive tranquilla, intanto i boss sono proprietari di decine di locali, ristoranti e discoteche alla moda. Veri e propri uomini d’affari, che all’occasione sono pronti a trasformarsi in spietati criminali. La città è cosa loro, guai a ostacolarli. In questo libro per la prima volta li vediamo muoversi per le vie del centro, andare allo stadio, cenare insieme e trattare partite di cocaina, costruire palazzi e centri commerciali, celebrare matrimoni a due passi dal Duomo. Ma anche intimidire, minacciare e uccidere, quando serve. E stringere rapporti con la politica, eleggere i propri candidati nelle istituzioni. Molti boss adesso sono in carcere, ma hanno passato il bastone del comando ai figli. </span></p>
<p style="text-align: left"><span style="color: #000000">Finalmente li vediamo. Ora tocca a noi reagire.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: left">Gianni Barbacetto ha un suo <a title="Gianni Barbacetto official website" href="http://www.societacivile.it/blog/index.html" target="_blank">blog</a></p>
<p style="text-align: left">Chiarelettere, la casa editrice, la trovate <a title="Chiarelettere" href="http://www.chiarelettere.it/" target="_blank">qui</a>.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Trame Festival è in un libro</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 10:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[calabria]]></category>
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		<description><![CDATA[97. Lamezia Terme, tra le maggiori città calabresi, ha sicuramente il primato dell&#8217;impegno civile contro la mafia, ma anche il sostegno delle donne vittime di soprusi e dei rifugiati politici, con realtà importanti e in crescita che fanno ben sperare riguardo al futuro dell&#8217;intera regione. Proprio quest&#8217;anno è stata inaugurata un&#8217;iniziativa destinata sicuramente a diventare un punto di riferimento importante. è un salone del libro molto particolare, che raccoglie le pubblicazioni contro la mafia. Un festival sui libri che si occupano dei clan: centinaia di ospiti per discutere e approfondire il tema della lotta al crimine organizzatotrattato nelle pubblicazioni su Cosa Nostra, &#8216;ndrangheta e camorra, che, tra l&#8217;altro denunciano e svelano l&#8217;aggressione al Nord da parte dellee organizzazioni criminali. Un appuntamento importante che parla a tutto il Paese. Ospitata in luoghi diversi del centro storico, la prima rassegna in Italia sul tema, dal titolo &#8220;Trame.Festival dei libri sulle mafie&#8221;, è stata ideata da Tano Grasso, assessore comunale alla Cultura, fondatore del primo movimento contro il pizzo e presidente onorario della Federazione antiracket italiana, diretta dal giornalista Lirio Abbate. I libri vengono presentati nei luoghi simbolo della città aprendo il dibattito tra gli autori e un pubblico variegato di esperti, giornalisti, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<h3>97. Lamezia Terme, tra le maggiori città calabresi, ha sicuramente il primato dell&#8217;impegno civile contro la mafia, ma anche il sostegno delle donne vittime di soprusi e dei rifugiati politici, con realtà importanti e in crescita che fanno ben sperare riguardo al futuro dell&#8217;intera regione.<span id="more-2295"></span></h3>
<p>Proprio quest&#8217;anno è stata inaugurata un&#8217;iniziativa destinata sicuramente a diventare un punto di riferimento importante. è un salone del libro molto particolare, che raccoglie le pubblicazioni contro la mafia.<br />
Un festival sui libri che si occupano dei clan: centinaia di ospiti per discutere e approfondire il tema della lotta al crimine organizzatotrattato nelle pubblicazioni su Cosa Nostra, &#8216;ndrangheta e camorra, che, tra l&#8217;altro denunciano e svelano l&#8217;aggressione al Nord da parte dellee organizzazioni criminali. Un appuntamento importante che parla a tutto il Paese.</p>
<p>Ospitata in luoghi diversi del centro storico, la prima rassegna in Italia sul tema, dal titolo &#8220;Trame.Festival dei libri sulle mafie&#8221;, è stata ideata da Tano Grasso, assessore comunale alla Cultura, fondatore del primo movimento contro il pizzo e presidente onorario della Federazione antiracket italiana, diretta dal giornalista Lirio Abbate. I libri vengono presentati nei luoghi simbolo della città aprendo il dibattito tra gli autori e un pubblico variegato di esperti, giornalisti, magistrati, cittadini.</p>
<p>Le parole di Tano Grasso esprimono bene il senso della rassegna: &#8221; Sarà un festival contro l&#8217;omertà vogliamo mettere a confronto diverse anime dell&#8217;antimafia, una pluralità di voci che sono un valore, ma anche creare una cultura capace di contrastrare le magie e attrenuare il loro fascino sui giovani. Questa manifestazione è destinata a far diventare Lamezia un punto di riferimento in Italia per la cultura dell&#8217;antimafia&#8221;.</p>
<p>Si tratta di una trincea, l&#8217;avamposto di un atteggiamento culturale diverso.</p>
<p>Nelle parole di Lirio Abbate: &#8221; Vlgiamo dare una scossa ai calabresi per dimostrare proprio a partire dalle tantissime persone oneste che vivono in Calabria che l&#8217;omertà non paga e che la cultura e l&#8217;informazione possono aiutare la società a ribellarsi alle mafie&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p></blockquote>
<p style="text-align: right">da <strong>101 cose da fare in Calabria almeno una volta nella vita</strong><br />
di Annalisa Marchianò (Newton Compton)<br />
<em>potete acquistarlo online <a title="101 cose da fare in calabria almeno una volta nella vita - ibs.it" href="http://www.ibs.it/code/9788854131606/marchian-ograve-annalisa/101-cose-da-fare.html" target="_blank">qui</a> o cercarlo in libreria, non perdetelo.</em></p>
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		<title>Libero nel nome.</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 13:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi.&#8221; Libero Grassi nasce a Catania il 19 Luglio 1924; il suo nome, o piuttosto l’aggettivo, com&#8217;egli stesso affermava, gli era stato imposto per tramandare la memoria del sacrificio di Giacomo Matteotti. Il nome segna così il destino di colui che muore per affermare la propria libertà. Nel 1932 Libero ha otto anni quando la famiglia Grassi si trasferisce a Palermo, perché il capofamiglia è promosso direttore dei negozi “CROFF”. In quegli anni, nonostante la politica d’avvicinamento della borghesia produttiva alle idee del regime fascista, la famiglia Grassi mostra un atteggiamento “afascista” in pubblico e antifascista in privato. Libero vive con spensieratezza gli anni dell’adolescenza, imparando a comprendere il significato dei principi di democrazia e libertà. E’ durante gli studi liceali, compiuti al “Vittorio Emanuele” che Libero matura una concreta ostilità al fascismo, assumendo e manifestando “pacifici” atteggiamenti antifascisti. Gli ultimi anni di liceo sono turbati dallo scoppio della guerra e nel 1942 la famiglia si trasferisce a Roma presso la nonna materna. Qui Libero s’iscrive alla facoltà di Scienze Politiche. Nel 1943 inizia a frequentare l’università [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8220;Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare.  Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi.&#8221;<span id="more-2250"></span><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/08/libero.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2256" title="libero" src="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/08/libero.jpg" alt="" width="640" height="290" /></a></p>
</blockquote>
<p>Libero Grassi nasce a Catania il 19 Luglio 1924; il suo nome, o  piuttosto l’aggettivo, com&#8217;egli stesso affermava, gli era stato imposto  per tramandare la memoria del sacrificio di Giacomo Matteotti. Il nome  segna così il destino di colui che muore per affermare la propria  libertà.</p>
<p>Nel 1932 Libero ha otto anni quando la famiglia Grassi si trasferisce a Palermo, perché il capofamiglia è promosso direttore  dei negozi  “CROFF”. In quegli anni, nonostante la politica  d’avvicinamento della borghesia produttiva alle idee del regime  fascista, la famiglia Grassi mostra un atteggiamento “afascista” in  pubblico e antifascista in privato. Libero vive con spensieratezza gli  anni dell’adolescenza, imparando a comprendere il significato dei  principi di democrazia e libertà. E’ durante gli studi liceali, compiuti  al “Vittorio Emanuele” che Libero matura una concreta ostilità al  fascismo, assumendo e manifestando “pacifici” atteggiamenti  antifascisti. Gli ultimi anni di liceo sono turbati dallo scoppio della  guerra e nel 1942 la famiglia si trasferisce a Roma presso la nonna  materna. Qui Libero s’iscrive alla facoltà di Scienze Politiche. Nel  1943 inizia a frequentare l’università ed il giovane dimostra palese  avversione alla politica antisemita, nazista e fascista. Decide allora  di entrare in convento e di essere accolto come seminarista, decisione  questa presa, non per una vocazione maturata nell’avversità della  guerra,  bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al  fianco di fascisti e nazisti. Liberata Roma dai nazisti, torna alla sua  vita in famiglia dove prosegue gli studi iscrivendosi alla facoltà di  Giurisprudenza.</p>
<p>Nel 1945 la famiglia si ristabilisce a Palermo e  qui Libero continua gli studi di legge. Raggiunta la laurea, il padre  vorrebbe che egli prendesse le redini dell’attività commerciale, ma il  principale desiderio di Libero è di intraprendere la carriera  diplomatica, conoscendo bene il francese e l’inglese.</p>
<p>Nei primi  anni 50 decide di andare al nord dove ha l’opportunità di mettere su  un’azienda, con il fratello Pippo a Gallarate e l’impresa ha subito  successo.</p>
<p>Negli anni vissuti al nord Libero frequenta con  assiduità il mondo dell’imprenditoria locale, gode di un discreto  reddito e si reca spesso al teatro. A Milano conosce un imprenditore che  gli propone un progetto ambizioso: impiantare stabilimenti industriali  tessili a Palermo. Libero preferisce rischiare in proprio, piuttosto che  accettare un tranquillo posto come funzionario di banca: sorge così la  MIMA (Manifattura Maglieria ed Affini), la quale produrrà per tutti gli  anni 50 biancheria da donna, arrivando ad occupare circa 250 operai.</p>
<p>Nel  1954 ritrova Pina Maisano, architetto, che aveva conosciuto durante gli  anni dell’adolescenza, i due si sposano e prendono casa in Via  D’Annunzio, un appartamento al sesto piano con un bellissimo  terrazzo….”la terrasse de ma maison, oui, c’ est là que je retournerais  au frais de l’ètè” … Nel 56 nasce il primogenito Davide.</p>
<p>Nella  seconda metà degli anni 50 Libero, fa continui viaggi per l’Italia con  la sua auto, una Fiat 1400 alla continua ricerca dei tessuti idonei alla  sua produzione. In questo periodo si reca a Roma nella redazione del  “Mondo” o dell’Espresso”. Nel frattempo continua a scrivere articoli  politici per i giornali locali. Il primo articolo appare nel 1961.  L’imprenditore, che oramai partecipa attivamente alla vita politica del  PRI, viene nominato, nella seconda metà degli anni ‘70, dal partito  quale suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione  dell’azienda municipalizzata del gas.</p>
<p>Tra la fine del 74 e  l’inizio del 75 Grassi, si getta insieme con altri amici in una nuova  avventura imprenditoriale che però non avrà il dovuto successo. L’idea è  di realizzare una società dal nome “Solange impiantistica”, il cui  scopo è quello di sfruttare l’energia solare per produrre energia  elettrica. L’azienda pur essendo formalmente costituita non iniziò mai a  lavorare.</p>
<p>Nel ‘79 i vecchi locali della SIGMA vengono venduti  dalla proprietà (un’immobiliare milanese) ad un costruttore palermitano.  Libero è costretto a lasciare quella sede, per cercarne un&#8217;altra. Trova  una sede di 2000 metri quadrati in Via Thaon di Revel. Questo  trasferimento di sede, segna l’inizio di una serie di difficoltà  economiche e sociali per la conduzione dell’azienda di famiglia.</p>
<p>Nella  metà degli anni &#8217;80 iniziano i problemi con la criminalità organizzata.  Grassi riceve una telefonata di minacce alla sua incolumità personale,  se non pagherà una certa somma a due emissari che gli presenteranno per  riscuotere: egli rifiuta di pagare. La prima conseguenza del suo rifiuto  è il rapimento di Dick, il cane lasciato a guardie degli stabilimenti  della SIGMA, che verrà poi restituito in fin di vita.</p>
<p>Dopo poco  tempo, due giovani a volto scoperto tentano di rapinare le paghe dei  dipendenti della fabbrica: saranno identificati e arrestati grazie ad  alcuni dipendenti di Grassi. Ma in cuor suo Libero sa che è solo  l&#8217;inizio, poiché la sua azienda, terza leader italiana nel settore della  pigiameria, con un fatturato di sette miliardi, non può non suscitare  gli appetiti dei malavitosi palermitani.</p>
<p>Il 10 gennaio 1991  Libero Grassi fa pubblicare al &#8220;Giornale di Sicilia&#8221; una lettera nella  quale motiva razionalmente il suo no all’ennesimo ricatto estorsivo:  ”….. Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo  disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della  polizia…..se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica  chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere  bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al &#8220;Geometra  Anzalone&#8221; e diremo no a tutti quelli come lui”.</p>
<p>L&#8217;imprenditore  rifiuta l&#8217;offerta di una scorta personale, ma consegna simbolicamente  alle forze di polizia le quattro chiavi dell’azienda, chiedendo così  protezione per gli stabilimenti della SIGMA.</p>
<p>Nel frattempo  l&#8217;imprenditore viene contattato da Sandro Ruotolo, redattore di  &#8220;Samarcanda&#8221;, che lo invita a RAI 3 per parlare della sua lotta  condotta, purtroppo, nell&#8217;indifferenza degli industriali siciliani. La  trasmissione dell&#8217;11 aprile 1991 è fondamentale nell&#8217;iter di  contrapposizione al crimine che Grassi sta conducendo, perché rende il  suo caso di dominio nazionale, quale emblema civile della lotta alla  mafia. A questo punto rendendosi conto del ruolo che sta assumendo,  dichiara con forza a Santoro: “Non sono un pazzo, sono un imprenditore e  non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie  scelte con i mafiosi”.</p>
<p>Alla fine di maggio una giornalista  tedesca Katharina Burgi, della rivista “Nzz Folio”, viene invitata a  Palermo per trarre impressioni e notizie sul fenomeno della mafia. Tra  le persone che  incontra vi è Libero Grassi, l’imprenditore divenuto  famoso, in Europa e Usa, per aver rifiutato pubblicamente di cedere al  ricatto che gli imponeva la mafia. La giornalista rimane colpita dalla  forza interiore di Grassi. Egli appare deciso a lottare per la difesa  dei propri interessi, con la speranza che il suo esempio sia, per tanti  altri siciliani rassegnati dinanzi alla forza della mafia, l’inizio di  una ribellione pacifica che sottragga il nome della Sicilia alle accuse  di mafiosità.</p>
<p>Libero Grassi viene assassinato il 29 agosto 1991  alle ore 7:30 del mattino. La stampa locale nazionale farà di lui un  martire della resistenza al “regime” mafioso.</p>
<p>L’11 settembre il  Parlamento Europeo approva una risoluzione, in cui manifesta profonda  indignazione per l’assassino dell’imprenditore palermitano ed esprime il  proprio commosso cordoglio ai familiari della vittima.</p>
<p>Il Consiglio comunale di Lodi  il 1 ottobre, intitola una piazza della città a Libero Grassi.</p>
<p>Ma l’unico e vero momento pubblico rilevante è la trasmissione  televisiva, del 20 settembre 1991. La serata, voluta da Michele Santoro e  Maurizio Costanzo a rete unificate RAI FINIVEST, è interamente dedicata  alla memoria di Libero Grassi e di quanti sono caduti nel corso della  “lunga battaglia” contro la mafia; il giornale di RAI 3 conduce la prima  parte della trasmissione dal teatro “ Biondo” di Palermo, mentre  Costanzo la conclude dal teatro “Parioli” di Roma. I due sono  consapevoli che stanno facendo vivere qualcosa di indimenticabile, e la  Sicilia si riconosce nel segno di “ vittoria” che Davide Grassi ha  mostrato portando a spalla il feretro di suo padre. Hanno ucciso l’uomo  non la sua idea, che continuerà a vivere nel ricordo di ogni cittadino  onesto.</p>
<p>Il 3 marzo 1993 il VII I.T.C. è intitolato al nome di  Libero Grassi, ”…affinchè la vicenda umana ed imprenditoriale di Libero  Grassi sia un imperituro esempio per i giovani studenti frequentanti il  nostro Istituto i cui studi li porteranno ad inserirsi nella realtà  commerciale ed imprenditoriale della quale egli è stato un sicuro  protagonista e della quale ha indicato la giusta via per non sottostare a  condizionamenti e pressioni di alcun genere…..”</p>
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		<title>la maglietta di Trame all&#8217;asta di Caterpillar per Libera</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 22:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un viaggio lungo e appassionato durato esattamente 7 giorni. Molti i passaggi di mano: quelle delle 3 volontarie incaricate degli autografi, quelle degli oltre 130 ospiti del festival, quelle di Lisa Tropea di Caterpillar, quelle dei curiosi che si domandavano cosa significasse quella maglietta. Quella maglietta è una delle nostre magliette. Una maglietta con stampata una mano solcata da linee della vita che si intrecciano come Trame. Così, se da una parte le mafie intrecciano loschi affari e alimentano la paura, dall&#8217;altra parte esistono persone, come quelle arrivate da tutta Italia al festival di Lamezia Terme, che intrecciano le loro di vite per ribellarsi attraverso la cultura.   La mano disegnata da Guido Scarabottolo è stata per 5 giorni il simbolo di un terremoto culturale che ha invaso la Calabria e ora attende sabato pomeriggio per essere battuta all&#8217;asta di Caterpillar in favore di Libera, qualcuno che non era a Lamezia potrà portarsi a casa il simbolo di una prima scintilla di rivoluzione innescata a Lamezia Terme contro le mafie. Qui le immagini della puntata di Radio2 a Senigallia con la consegna della maglietta e qui le immagini del Piccolo talk serale con Sandro Ruotolo, Lirio Abbate, Fabrizio Gatti e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un viaggio lungo e appassionato durato esattamente 7 giorni. Molti i passaggi di mano: quelle delle 3 volontarie incaricate degli autografi, quelle degli oltre 130 ospiti del festival, quelle di Lisa Tropea di Caterpillar, quelle dei curiosi che si domandavano cosa significasse quella maglietta.<span id="more-2188"></span></p>
<p>Quella maglietta è una delle nostre magliette. Una maglietta con stampata una mano solcata da linee della vita che si intrecciano come <em>Trame</em>. Così, se da una parte le mafie intrecciano loschi affari e alimentano la paura, dall&#8217;altra parte esistono persone, come quelle arrivate da tutta Italia al festival di Lamezia Terme, che intrecciano le loro di vite per ribellarsi attraverso la cultura.   La mano disegnata da Guido Scarabottolo è stata per 5 giorni il simbolo di un terremoto culturale che ha invaso la Calabria e ora attende sabato pomeriggio per essere battuta all&#8217;asta di Caterpillar in favore di Libera, qualcuno che non era a Lamezia potrà portarsi a casa il simbolo di una prima scintilla di rivoluzione innescata a Lamezia Terme contro le mafie.</p>
<p><a title="Caterpillar - 28 giugno " href="http://caterpillar.blog.rai.it/2011/06/28/28-giugno-h-18-00/">Qui</a> le immagini della puntata di Radio2 a Senigallia con la consegna della maglietta e <a href="http://caterpillar.blog.rai.it/2011/06/28/28-giugno-h-22-30/">qui</a> le immagini del <em>Piccolo talk</em> serale con Sandro Ruotolo, Lirio Abbate, Fabrizio Gatti e Flavia Perina.</p>
<p><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/06/lirio-abbate-caterpillar1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2195" title="lirio-abbate-caterpillar" src="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/06/lirio-abbate-caterpillar1.jpg" alt="" width="640" height="290" /></a></p>
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		<title>Mafia al nord? No, &#8216;ndrangheta.</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 17:50:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[storia della ndrangheta]]></category>
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		<description><![CDATA[Quarto giorno. Le luci del tramonto colorano Piazza San Domenico e il palco di Trame. Molta gente è già seduta, e molti altri si avvicinano con passo tranquillo. Aspettano il Prof. Enzo Ciconte per la presentazione del suo libro &#8220;Ndrangheta Padana&#8221;, invece sul palco salgono Tano Grasso con Sandro Ruotolo di Annozero e Gianni Barbacetto. Il pubblico riconosce il famoso giornalista e cresce l&#8217;attenzione, &#8220;la testimonianza di Ruotolo è importante, perchè l&#8217;informazione malata è un problema democratico che interessa tutti&#8221; introduce brevemente Grasso, poi Ruotolo approfondisce la questione parlando dell&#8217;ostruzionismo derivante dal potere politico: &#8220;Editto bulgaro, numerose censure&#8221; e la recentissima &#8220;decisione politica di chiudere un programma di successo come Annozero sulle reti pubbliche&#8221;. Mentre il pubblico applaude il gradito fuoriprogramma, sale sul palco Ciconte con i suoi interlocutori. Si parla di sud e nord. Si parla di &#8216;ndrangheta padana. Gianni Barbacetto, giornalista del Fatto, parte da lontano per dire che le mafie al nord sono un fenomeno trascurato, cita l&#8217;ex-sindaco Pillitteri che negli anni &#8217;80 dichiarava &#8220;in realtà a Milano la mafia non esiste, la Piovra è solo una favola per la tv&#8221;. Ma anche oggi il presidente lombardo Formigoni e l&#8217;ex-sindaco Moratti continuano a nascondere il fenomeno. Ignorando [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quarto giorno. Le luci del tramonto colorano Piazza San Domenico e il palco di Trame. Molta gente è già seduta, e molti altri si avvicinano con passo tranquillo. <span id="more-2181"></span>Aspettano il Prof. Enzo Ciconte per la presentazione del suo libro &#8220;Ndrangheta Padana&#8221;, invece sul palco salgono Tano Grasso con Sandro Ruotolo di Annozero e Gianni Barbacetto. Il pubblico riconosce il famoso giornalista e cresce l&#8217;attenzione, &#8220;la testimonianza di Ruotolo è importante, perchè l&#8217;informazione malata è un problema democratico che interessa tutti&#8221; introduce brevemente Grasso, poi Ruotolo approfondisce la questione parlando dell&#8217;ostruzionismo derivante dal potere politico: &#8220;Editto bulgaro, numerose censure&#8221; e la recentissima &#8220;decisione politica di chiudere un programma di successo come Annozero sulle reti pubbliche&#8221;.</p>
<p>Mentre il pubblico applaude il gradito fuoriprogramma, sale sul palco Ciconte con i suoi interlocutori. Si parla di sud e nord. Si parla di &#8216;ndrangheta padana. Gianni Barbacetto, giornalista del Fatto, parte da lontano per dire che le mafie al nord sono un fenomeno trascurato, cita l&#8217;ex-sindaco Pillitteri che negli anni &#8217;80 dichiarava &#8220;in realtà a Milano la mafia non esiste, la Piovra è solo una favola per la tv&#8221;. Ma anche oggi il presidente lombardo Formigoni e l&#8217;ex-sindaco Moratti continuano a nascondere il fenomeno. Ignorando due operazioni aperte da anni, come &#8220;Cerberus&#8221; e &#8220;Infinito&#8221;, che hanno portato a centinaia di arresti a Milano e nelle altre province lombarde.</p>
<p>&#8220;Formigoni e Moratti hanno ragione. A Milano non esiste la mafia, esiste la Ndrangheta&#8221; esordisce provocatoriamente il professor Ciconte. &#8220;La storia della Ndrangheta al nord inizia negli anni &#8217;50 del secolo scorso&#8221; continua, in seguito ai soggiorni obbligati dei capimafia e alle migrazioni interne alla fine della guerra. La storia prosegue negli anni &#8217;60 e &#8217;70, quando la Ndrangheta mette le radici grazie alle collaborazioni con alcuni imprenditori e politici lombardi. E&#8217; esemplare la storia del boss Giacomo Zagari. Il quale, racconta Ciconte, &#8220;faceva chiamare gli imprenditori dai suoi picciotti perchè chiedessero una tangente, loro contattavano lui invece dei Carabinieri. Poi lui faceva finta di contrattare con gli estorsori ottenendo richieste minori&#8221;, e gli imprenditori erano così contenti che iniziavano una collaborazione continua con Zagari. In questo modo la Ndrangheta si inseriva nella società e nell&#8217;economia del nord.</p>
<p>E c&#8217;è anche un &#8220;rapporto profondo&#8221; con la politica. &#8220;Sindaci arrestati nel milanese, consiglieri nelle amministrazioni lombarde, venete e piemontesi&#8221; prosegue Ciconte, fanno della Ndrangheta &#8220;un potere forte e riconosciuto con cui interloquire&#8221;, anche a livello politico. E si capisce anche che, nonostante maggiori numeri tra i rappresentanti del centro-destra, la Ndrangheta parla con tutti i partiti. Anche con la Lega, &#8220;hanno convissuto in molti comuni lombardi, facendo affari&#8221; denuncia Ciconte echeggiando Saviano. Il professore conclude lanciando un messaggio forte: &#8220;la Ndrangheta è un fenomeno presente e radicato al centro-nord da sessant&#8217;anni, bisogna riflettere sulle responsabilità delle classi dirigenti del nord&#8221;. Ma bisogna soprattutto informarsi, e capire che la Ndrangheta e le mafie sono un problema italiano, e non calabrese, siciliano o campano.</p>
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		<title>Il lavoro e la vita nella terra dei Casalesi</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 10:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Un saggio di pagine dettagliate, che tolgono ai boss quell’aura di superpotenza. Rosaria Capacchione riesce a raccontarci tutti i dettagli delle inchieste, la scalata al successo degli uomini più potenti della camorra.Una banca dati zeppa di file che mostrano come questi uomini siano stati capaci di controllare e permeare ogni aspetto della nostra economia. La Capacchione lavora dal 1985 per il mattino di Napoli, durante il processo Spartacus del 2008 riceve insieme al dottor Raffaele Cantone e a Roberto Saviano minacce di morte, le fu assegnata la scorta. La chiacchierata con Lirio Abbate affonda le mani nelle questioni più salienti affrontate non solo nel libro,ma anche nell’attualità. La potenza del clan dei Casalesi, che pur essendo stato decapitato di molti tasselli fondamentali,continua a investire in modo “pulito” nel sistema appalti, nell’industria del gioco d’azzardo, e controlla indirettamente il mercato della droga. La tanto decantata efficienza del modello Caserta, in verità ha rappresentato unicamente una repressione militare, il governo non ha mai discusso e applicato le norme fondamentali per combattere il crimine. Non si può parlare di vittoria dello Stato in quei territori , basti ricordare che è ancora latitante Michele Zagaria* sfuggito più volte alla cattura perché protetto da uno [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un saggio di pagine dettagliate, che tolgono ai boss quell’aura di superpotenza. Rosaria Capacchione riesce a raccontarci tutti i dettagli delle inchieste, la scalata al successo degli uomini più potenti della camorra.<span id="more-2173"></span>Una banca dati zeppa di file che mostrano come questi uomini siano stati capaci di controllare e permeare ogni aspetto della nostra economia. La Capacchione lavora dal 1985 per il mattino di Napoli, durante il processo Spartacus del 2008 riceve insieme al dottor Raffaele Cantone e a Roberto Saviano minacce di morte, le fu assegnata la scorta. La chiacchierata con Lirio Abbate affonda le mani nelle questioni più salienti affrontate non solo nel libro,ma anche nell’attualità. La potenza del clan dei Casalesi, che pur essendo stato decapitato di molti tasselli fondamentali,continua a investire in modo “pulito” nel sistema appalti, nell’industria del gioco d’azzardo, e controlla indirettamente il mercato della droga. La tanto decantata efficienza del modello Caserta, in verità ha rappresentato unicamente una repressione militare, il governo non ha mai discusso e applicato le norme fondamentali per combattere il crimine. Non si può parlare di vittoria dello Stato in quei territori , basti ricordare che è ancora latitante Michele Zagaria* sfuggito più volte alla cattura perché protetto da uno stuolo di imprenditori che, facendo affari con lui nell’acquisizione degli appalti, hanno probabilmente interesse a proteggerlo.  L’intera economia campana, e meridionale, è totalmente bloccata non si trova lavoro, la precarietà è la regola. Se lo Stato non offre una valida alternativa, il lavoro, spesso possono garantirlo solo gli uomini di camorra (o delle mafie). “La consapevolezza diffusa  è che se tu non appartieni ad alcun gruppo o clan non esisti, ma la maggior parte delle persone non si assoggettano ad alcun gruppo dunque non hanno alcuna speranza.”. La riflessione ritorna sui problemi di sempre, da troppi anni ormai non c’è un ricambio nella pubblica amministrazione, cambiano i volti, ma non gli equilibri. Quando Abbate punta il dito anche sulla questione “monnezza” la Capacchione è chiara, i Casalesi indubbiamente sono coinvolti nella gestione (intombamento rifiuti), ma non tutto è imputabile a loro. Non bisogna commettere l’errore di usare le mafie come alibi, il problema dei rifiuti vede diversi responsabili dall’incapacità dei politici, alla corruzione ordinaria. L’uso della stampa è un altro aspetto che da sempre contraddistingue i boss della camorra e che, a quanto pare, tutt’ora avviene. Molti giornali veicolano messaggi nelle carceri, esistono delle direttive che vietano l’ingresso di alcune testate nelle case di detenzione, ma oltre a un uso pratico, i titoloni falsi e anche un po’ ridicoli servono per far capire alla società il punto di vista del boss locale,le proprie motivazioni su una causa in corso e di conseguenza anche da che parte si schiera il direttore di quel giornale. Si rispolvera anche il  caso Cosentino che sin dal primo processo Spartacus è finito nel mirino degli inquirenti, per il quale è stata ottenuta una misura cautelare ma, incurante di ciò, il parlamento lo protegge per non si sa quali motivi. Rosaria ci racconta anche il modo in cui viene gestito il voto: l’affiliato preposto passa a chi si reca al seggio una scheda votata, precedentemente fornita dagli amici scrutatori. La persona entra nel seggio e ritira la scheda vuota, inserirà poi nell’urna quella fornita dal clan e restituirà la scheda vuota che verrà votata nuovamente dal camorrista che poi ricomincerà il giro. Un controllo presocchè totale, tanto che si è dovuto provvedere nelle recenti elezioni,con un presidio più attento da parte delle forze dell’ordine presso i vari seggi. Riprendendo un po’ le parole di don Ciotti  si ripensa alla vita sotto scorta.Una giornalista minacciata che vive per sua stessa ammissione, senza grandi problemi, preferirebbe non solidarietà, spesso falsa e indigesta da parte di chi si limita a scrivere due righe di facciata, ma che ci fosse una risposta attiva. È preferibile da parte di chi svolge lo stesso lavoro una condivisione del modus operandi una coesione d’intenti e di modi. Un supporto vero che non isoli chi, solo per aver raccontato la verità, per aver fatto informazione costruita con minuziosità e ricerca, paga un prezzo troppo alto di una vita fatta di controllo e rinunce.</p>
<p style="text-align: right"><span style="color: #888888">m.n.</span></p>
<h6><span style="color: #888888">* Il 13 ottobre 2010 la Corte d&#8217;assise di Latina condanna Zagaria  all&#8217;ergastolo per l&#8217;omicidio di Pasquale Piccolo, ucciso il 22 luglio  1988 a Gaeta. Zagaria è considerato infatti il mandante dell&#8217;omicidio.  Il 15 ottobre 2010 subisce un&#8217;altra condanna all&#8217;ergastolo da parte  della Corte d&#8217;appello di Latina.</span></h6>
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		<title>Fuori Programma: Sandro Ruotolo e Stefano Bianchi</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 17:42:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[alle 20.00 in piazzetta San Domenico incontro con Sandro Ruotolo e Stefano Bianchi di Annozero. Parleranno con Lirio Abbate del problema dell&#8217;informazione e del futuro del programma di Michele Santoro. L&#8217;incontro in programma slitta a seguire.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1>alle 20.00 in piazzetta San Domenico incontro con Sandro  Ruotolo e Stefano Bianchi di Annozero.</h1>
<h1>Parleranno con Lirio Abbate del  problema dell&#8217;informazione e del futuro del programma di Michele  Santoro.</h1>
<p>L&#8217;incontro in programma slitta a seguire.</p>
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		<title>Una penna, tante pagine scritte e il ricordo di Giovanni Falcone</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 17:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È il secondo giorno di Trame e davanti al pubblico di Palazzo Nicotera, che ha ormai esaurito la sua capienza massima, Marcelle Padovani racconta &#8220;Cose di Cosa Nostra&#8221;. &#160; *foto di Mario Spada Tano Grasso introduce questo secondo &#8220;libro senza tempo&#8221;, che segue a ruota la presentazione di &#8220;La Mafia in Casa Mia&#8221; tenutasi ventiquattr&#8217;ore prima a Palazzo Panariti. Raffaella Calandra modera magistralmente la discussione: le sue domande ci fanno scoprire i tratti salienti della personalità di Falcone e, grazie alla testimonianza del procuratore aggiunto di Napoli Gianni Melillo, mettono in nuova luce i suoi insegnamenti. Giovanni Falcone era una persona &#8220;diffidente e timida&#8221; dice Marcelle Padovani, che lo ha conosciuto a Palermo nel 1984, dopo le prime confessioni di Buscetta. Un personaggio scomodo, &#8220;molto ostacolato in vita&#8221; sottolinea Gianni Melillo, non solo dai nemici ma anche dai colleghi. Ma lui andava avanti nelle sue indagini, con grandi capacità di &#8220;osservazione, memoria e attenzione ai dettagli&#8221; dice Marcelle Padovani. &#8220;Falcone sapeva interpretare il più piccolo gesto delle persone che interrogava&#8221; e riusciva così a ricavare delle testimonianze fondamentali. Ma sempre manteneva il distacco con grande professionalità, in mezzo al giudice e al pentito c&#8217;era sempre &#8220;il tavolo dello stato&#8221;, il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È il secondo giorno di Trame e davanti al pubblico di Palazzo Nicotera, che ha ormai esaurito la sua capienza massima, Marcelle Padovani racconta &#8220;Cose di Cosa Nostra&#8221;.</p>
<p><span id="more-2137"></span><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/06/marcelle-padovani-mario-spada.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2139" title="trame festival" src="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/06/marcelle-padovani-mario-spada.jpg" alt="" width="640" height="290" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right"><a title="Mario Spada - Photographer" href="www.mariospada.it"><span style="color: #888888">*foto di Mario Spada</span></a></p>
<p>Tano Grasso introduce questo secondo &#8220;libro senza tempo&#8221;, che segue a  ruota la presentazione di &#8220;La Mafia in Casa Mia&#8221; tenutasi  ventiquattr&#8217;ore prima a Palazzo Panariti. <img title="More..." src="../wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />Raffaella Calandra modera magistralmente la discussione: le sue domande ci fanno scoprire i tratti salienti della personalità di Falcone e, grazie alla testimonianza del procuratore aggiunto di Napoli Gianni Melillo, mettono in nuova luce i suoi insegnamenti.</p>
<p>Giovanni Falcone era una persona &#8220;diffidente e timida&#8221; dice Marcelle Padovani, che lo ha conosciuto a Palermo nel 1984, dopo le prime confessioni di Buscetta. Un personaggio scomodo, &#8220;molto ostacolato in vita&#8221; sottolinea Gianni Melillo, non solo dai nemici ma anche dai colleghi. Ma lui andava avanti nelle sue indagini, con grandi capacità di &#8220;osservazione, memoria e attenzione ai dettagli&#8221; dice Marcelle Padovani. &#8220;Falcone sapeva interpretare il più piccolo gesto delle persone che interrogava&#8221; e riusciva così a ricavare delle testimonianze fondamentali. Ma sempre manteneva il distacco con grande professionalità, in mezzo al giudice e al pentito c&#8217;era sempre &#8220;il tavolo dello stato&#8221;, il rispetto reciproco dei ruoli. Nutriva grande fiducia nello stato e speranza nella lotta alle mafie, &#8220;era convinto che Buscetta fosse il primo di una serie di pentiti&#8221;, aggiunge la Padovani, che avrebbero aiutato a sconfiggere Cosa Nostra.</p>
<p>L&#8217;eredità di Falcone sta nei suoi metodi di lavoro innovativo &#8211; la flessibilità degli ufficiali giudiziari che venivano continuamente trasferiti, il lavoro di squadra -. &#8220;Falcone costruiva una vera e propria organizzazione che si contrapponeva a Cosa Nostra&#8221; dice Gianni Melillo. Marcelle Padovani approfondisce: &#8220;spersonalizzare la lotta, diminuire l&#8217;individuabilità dei singoli magistrati e aumentare la responsabilità collettiva nelle condanne, il pragmatismo del suo sistema di lavoro, e l&#8217;instancabile ricerca di prove certe&#8221;, questo era &#8220;il metodo Falcone&#8221;. Un metodo di successo, che aveva permesso di aumentare lo scontro, a un livello tale &#8220;da non essere più tollerabile da Cosa Nostra&#8221;, conclude Melillo.</p>
<p>Ciò che tangibile rimane dall&#8217;esperienza del giudice Falcone, è il &#8220;consolidamento del lavoro di squadra all&#8217;interno della magistratura&#8221; racconta Melillo. La Padovani denuncia invece &#8220;l&#8217;inflazione degli amici di Giovanni Falcone oggi&#8221;, tra i quali molti colleghi che lo lasciarono solo negli ultimi anni e che oggi percorrono strade perpendicolari alla sua. Con un breve racconto su una penna, regalata a Falcone durante una delle interviste e oggi ritornata a lei, Marcelle Padovani chiude un incontro che ha emozionato lei e la tutta la gente presente, tra scroscianti applausi e l&#8217;energia di una memoria rinnovata.</p>
<p style="text-align: right"><span style="color: #888888">d.c</span>.</p>
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		<title>Morte di un giornalista logorato dalla mafia</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 14:37:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[giornalisti minacciati]]></category>
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		<description><![CDATA[Il quarto comandamento è la storia di Mario Francese, giornalista ucciso da Cosa Nostra a Palermo nel 1979, e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia. Ne ha parlato al Trame Festival l&#8217;autrice, Francesca Barra, insieme a Lirio Abbate e Francesco La Licata. Una storia, quella di Mario Francese, rimasta sepolta per anni. Era il 26 Gennaio del 1979 quando sei colpi di pistola distrussero la vita del giornalista e della sua intera famiglia. &#8220;Bum bum bum&#8221;, così descriveva l&#8217;allora dodicenne Giuseppe il terribile avvenimento, verificatosi proprio davanti alla porta di casa sua. E lo descriveva senza poter capire, inizialmente, che in quei sei colpi a perdere la vita era stato suo padre. *foto di Mario Spada Mario Francese era un cronista di giudiziaria e lavorava per Il Giornale di Sicilia. Un giornalista lasciato da solo all&#8217;interno della sua stessa redazione perché troppo attento, troppo puntuale, troppo libero rispetto a un contesto, quello in cui nuotava l&#8217;informazione siciliana, strozzato e inadempiente. &#8220;L&#8217;editoria siciliana era ed è caratterizzata dal duopolio di due grandi famiglie di imprenditori-editori che da cento anni gestiscono i giornali siciliani&#8221; commenta durante l&#8217;incontro il giornalista Francesco La Licata &#8211; &#8220;solo poche eccezioni, come L&#8217;ora di Palermo, cercarono [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il quarto comandamento</em> è la storia di Mario Francese, giornalista ucciso da Cosa Nostra a Palermo nel 1979, e del figlio Giuseppe che gli rese giustizia. <span id="more-2107"></span>Ne ha parlato al Trame Festival l&#8217;autrice, Francesca Barra, insieme a Lirio Abbate e Francesco La Licata.<br />
Una storia, quella di Mario Francese, rimasta sepolta per anni. Era il 26 Gennaio del 1979 quando sei colpi di pistola distrussero la vita del giornalista e della sua intera famiglia. &#8220;Bum bum bum&#8221;, così descriveva l&#8217;allora dodicenne Giuseppe il terribile avvenimento, verificatosi proprio davanti alla porta di casa sua. E lo descriveva senza poter capire, inizialmente, che in quei sei colpi a perdere la vita era stato suo padre.</p>
<p><em><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/06/francesca-barra-mario-spada.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2143" title="trame festival - quarto comandamento" src="http://www.tramefestival.it/cms/2011/wp-content/uploads/sites/2/2011/06/francesca-barra-mario-spada.jpg" alt="" width="640" height="290" /></a></em></p>
<p style="text-align: right"><a title="Mario Spada - Photographer" href="www.mariospada.it"><span style="color: #888888">*foto di Mario Spada</span></a></p>
<p>Mario Francese era un cronista di giudiziaria e lavorava per Il Giornale di Sicilia. Un giornalista lasciato da solo all&#8217;interno della sua stessa redazione perché troppo attento, troppo puntuale, troppo libero rispetto a un contesto, quello in cui nuotava l&#8217;informazione siciliana, strozzato e inadempiente. &#8220;L&#8217;editoria siciliana era ed è caratterizzata dal duopolio di due grandi famiglie di imprenditori-editori che da cento anni gestiscono i giornali siciliani&#8221; commenta durante l&#8217;incontro il giornalista Francesco La Licata &#8211; &#8220;solo poche eccezioni, come L&#8217;ora di Palermo, cercarono di bilanciare le mancanze di un giornalismo che non bastava a soddisfare le esigenze dei siciliani&#8221;. La morte di Mario Francese si inserisce in questo scenario. In quegli anni la mafia corleonese si apprestava a fare &#8220;il salto di qualità&#8221; che l&#8217;avrebbe portata a diventare il maggiore gruppo criminale nazionale.</p>
<p>Il libro di Francesca Barra è un libro di denuncia e di amore. La storia di un figlio che logorato dal dolore, provò per vent&#8217;anni, senza mai arrendersi, a far luce sulla morte del padre, combattendo da solo contro il silenzio dei più. Cercando materiali, testimonianze, diventando esso stesso giornalista investigativo per regolare i conti col passato. E ci riuscì. Nel 2002 sono stati arrestati, come esecutori e mandanti dell&#8217;omicidio, i maggiori rappresentanti della Cupola: Bagarella, Riina, Greco, Provenzano. Ma purtroppo il trionfo della giustizia non risparmiò la vita di Giuseppe: il giovane, trovandosi a quel punto come &#8220;svuotato di un senso&#8221;, si impiccò. A pochi mesi dalla sentenza di condanna. &#8220;La mafia uccide non soltanto con le armi&#8221; &#8211; ha commentato Lirio Abbate &#8211; &#8220;la mafia uccide perché ti logora dentro mentre cerchi di capire perché la giustizia non ti dà giustizia: io considero Giuseppe, seppur morto suicida, il nono dei giornalisti uccisi dalla mafia siciliana&#8221;.</p>
<p style="text-align: left">Non diversa è oggi la situazione dell&#8217;informazione italiana. I cronisti che parlano di mafia sono spesso costretti a vivere e lavorare in condizioni di pericolo e isolamento: &#8220;Ieri mentre seguivo l&#8217;incontro con i cronisti calabresi &#8211; ha affermato La Licata &#8211; &#8220;mi è sembrato di assistere a qualcosa di già visto in Sicilia prima delle stragi del &#8217;92-&#8217;93&#8221;. Dopo le tragedie di quegli anni infatti qualcosa era cambiato, c&#8217;era stata una ribellione civile smossa dal risveglio delle coscienze. &#8220;Non è possibile&#8221; &#8211; ha concluso La Licata &#8211; &#8220;che si debba aspettare l&#8217;avvento di lutti gravissimi per prendere coscienza di un problema, quello dell&#8217;informazione minacciata, che è invece ormai anche in Calabria lapalissiano&#8221;.</p>
<p style="text-align: right"><em><span style="color: #888888">g.g.</span></em></p>
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