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	<title>Trame 3 &#187; donne | Trame 3</title>
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		<title>Onora la madre. “Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore”</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jun 2013 19:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Angela Iantosca e Don Giacomo Panizza: una parafrasi del quarto comandamento. “Onora la madre. Il diritto inalienabile alla felicità”. Nella terza giornata del festival dei libri contro le mafie, nella cornice di Palazzo Nicotera, il giornalista Gianfranco Manfredi  ne parla con un don Giacomo Panizza che entra nel vivo del libro regalando al nutrito pubblico in sala la lettura il passaggio de “I dieci comandamenti” di De Andrè per scavare nella sensibilità d’animo della donna-madre, “nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore” e nel rapporto madre-figlio. Il solo capace di far deporre le armi della violenza e riuscire a tessere le trame per il cambiamento. Ma le donne di Angela Intosca hanno conosciuto il non-amore prima di avere la consapevolezza di un “diritto alla felicità” che nessuno, può  più rubare. Un libro scritto da una donna che alle donne si rivolge, loro possono diventare boss o possono esaltare il loro ruolo di madri, di educatrici, è una scelta. Si chiama libertà, autodeterminazione. Ma la contraddizione è forte. La donna di ‘ndrangheta tesse le fila, comanda, ha un ruolo oggi riconosciuto all’interno di quella che è stata definita l’organizzazione criminale più potente del globo. Tutto si fa [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Angela Iantosca e Don Giacomo Panizza: una parafrasi del quarto comandamento. “Onora la madre. Il diritto inalienabile alla felicità”. Nella terza giornata del festival dei libri contro le mafie, nella cornice di Palazzo Nicotera, il giornalista Gianfranco Manfredi  ne parla con un don Giacomo Panizza che entra nel vivo del libro regalando al nutrito pubblico in sala la lettura il passaggio de “I dieci comandamenti” di De Andrè per scavare nella sensibilità d’animo della donna-madre, “nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore” e nel rapporto madre-figlio.<span id="more-6013"></span></h3>
<p>Il solo capace di far deporre le armi della violenza e riuscire a tessere le trame per il cambiamento. Ma le donne di Angela Intosca hanno conosciuto il non-amore prima di avere la consapevolezza di un “diritto alla felicità” che nessuno, può  più rubare. Un libro scritto da una donna che alle donne si rivolge, loro possono diventare boss o possono esaltare il loro ruolo di madri, di educatrici, è una scelta. Si chiama libertà, autodeterminazione.</p>
<p>Ma la contraddizione è forte. La donna di ‘ndrangheta tesse le fila, comanda, ha un ruolo oggi riconosciuto all’interno di quella che è stata definita l’organizzazione criminale più potente del globo. Tutto si fa più complicato quando hai la consapevolezza di avere tra le mani i il potere.</p>
<p>“Quando sono arrivato, negli anni settanta, era tutto diverso, si è lavorato molto e si lavora ed i risultati ci sono, ma non bisogna mai abbassare la guardia”. L’impegno di Don Giacomo è testimonianza. Lui che per le madri ed i figli di un territorio è diventato un punto di riferimento -e continua-: “Il maschilismo è un limite della ‘ndrangheta”  la discriminante è da giocare a favore.</p>

<a href='https://www.tramefestival.it/cms/2013/2013/06/24/onora-la-madre-nella-pieta-che-non-cede-al-rancore-madre-ho-imparato-lamore/img_9179/'><img width="290" height="290" src="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/07/IMG_9179-290x290.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Onora la Madre - Don Giacomo Panizza, Gianfranco Manfredi e Angela Iantosca" /></a>
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		<title>quelle in prima linea: le sindache antimafia</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jun 2013 21:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nuovamente sono le donne sotto i riflettori di questa terza edizione di Trame. Su di loro si deposita uno strato di diffidenza e di criticabilità in più rispetto ai loro colleghi maschi. A parlare con Goffredo Buccini, giornalista del Corriere della Sera, sono Maria Carmela Lanzetta ed Elisabetta Tripodi, sindache minacciate dalla mafia dei comuni di Monasterace e Rosarno. “Siamo di fronte ad una mancata accettazione del ruolo politico delle donne, ma non per una questione di distante emancipazione femminile, ma perché il potere è maschile”, suggerisce Elisabetta Tripodi. Su di loro l’accanimento è più solido, ma questo non le scoraggia, dà anzi loro la tenacia per abbattere quotidianamente i muri che le si erigono davanti e per presentarsi in piazza a Lamezia Terme a parlare del libro L’Italia quaggiù. Il libro nasce dal rifiuto di credere che il destino della Calabria sia spacciato, e quest’ondata rivoluzionaria di donne in prima linea ne costituisce una dimostrazione. “Le donne sono portatrici di vita”, ci spiega Buccini: “e questo si scontra naturalmente con la mafia e la sua cultura, portatrici di morte”. Un altro giudizio lo fornisce la Tripodi asserendo che “le donne sono più disponibili ai cambiamenti e hanno la mente [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="font-size: 13px">Nuovamente sono le donne sotto i riflettori di questa terza edizione di Trame. Su di loro si deposita uno strato di diffidenza e di criticabilità in più rispetto ai loro colleghi maschi. A parlare con Goffredo Buccini, giornalista del Corriere della Sera, sono Maria Carmela Lanzetta ed Elisabetta Tripodi, sindache minacciate dalla mafia dei comuni di Monasterace e Rosarno.<span id="more-5838"></span></span></h3>
<p><i>“Siamo di fronte ad una mancata accettazione del ruolo politico delle donne, ma non per una questione di distante emancipazione femminile, ma perché il potere è maschile”, </i>suggerisce Elisabetta Tripodi. Su di loro l’accanimento è più solido, ma questo non le scoraggia, dà anzi loro la tenacia per abbattere quotidianamente i muri che le si erigono davanti e per presentarsi in piazza a Lamezia Terme a parlare del libro <i>L’Italia quaggiù.</i></p>
<p>Il libro nasce dal rifiuto di credere che il destino della Calabria sia spacciato, e quest’ondata rivoluzionaria di donne in prima linea ne costituisce una dimostrazione. <i>“Le donne sono portatrici di vita”,</i> ci spiega Buccini: “<i>e questo si scontra naturalmente con la mafia e la sua cultura, portatrici di morte”.</i> Un altro giudizio lo fornisce la Tripodi asserendo che “<i>le donne sono più disponibili ai</i> <i>cambiamenti e hanno la mente più aperta alle novità</i>”.</p>
<p>Donne che hanno fatto una scelta in qualche modo più difficile di quella delle collaboratrici di giustizia, dal momento che le prime avevano altre opportunità di fronte a loro: hanno studiato, hanno lasciato le loro terre per recarsi al Nord e frequentarvi le università. Perché, allora, sono tornate? Le risposte si rassomigliano: la base della loro scelta concerne l’amore che le lega alla loro area d’origine e la responsabilità nei confronti dei loro concittadini. “<i>Quando i giovani, conclusa la carriera universitaria, decidono di ritornare, portano con sé un bagaglio di conoscenze, di novità, di aperture che diventa fondamentale per un paese che, sotto molti punti di vista, è rimasto arretrato”, </i>chiarisce Maria Carmela Lanzetta.</p>
<p>“<i>Il vero problema del nostro Paese è il fatto che nessuno fa e tutti delegano: io non volevo più stare alla finestra a guardare. E’ un atto di rispetto e di amore verso la propria terra e i propri compaesani, che poi si trasforma in una sfida con se stessi”, dice la Tripodi. “Il vero pericolo è l’oblio, e mi pare che questa piazza ricolma di gente, nonostante la partita dell’Italia, e questa magnifica manifestazione anti ‘ndrangheta  ne siano una prova”, </i>commenta soddisfatto Goffredo Buccini.</p>
<p><i>“Appena sono stata eletta sindaco, ho messo in risalto la bellezza della nostra terra e l’aggressione cementizia sulle nostre coste. Ho parlato di cose ovvie, e mi rendo conto di averlo fatto. Nessuno ci ha obbligato a creare una lista, vorrei solo consegnare al futuro sindaco di Monasterace un lavoro già definito e avviato”, </i>spiega la Lanzetta. La qualità di quest’ultima sindaca è, secondo le parole del giornalista stesso, quella di “<i>aver dato un nome alle cose, laddove non è così scontato.</i> <i>Questo è un fatto rivoluzionario, da non sottovalutare in quanto rappresenta la base per la lotta alla mafia. Chiamiamoli come sono: dei mafiosi!”</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>il coraggio di voltare pagina</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 13:07:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marika Demaria vive e racconta in Valle d’Aosta. Una regione lontana dalle contaminazioni della mafia? Niente affatto. “Mi sono avvicinata al tema delle mafie al nord per il desiderio di riscatto della terra di mia madre, la Sicilia” – racconta la giornalista e scrittrice, autrice del libro in uscita “La scelta di Lea. La ribellione di una donna alla ‘ndrangheta” – “perché troppo spesso il Nord guarda con superiorità al Mezzogiorno sentendosi escluso da un fenomeno, quello della criminalità organizzata, da cui è stato travolto da almeno vent’anni”. Quella di Lea Garofalo è una tragica storia di dolore, ma anche di amore. Dell’amore di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia. È infatti per la “sua” Denise che Lea Garofalo, figlia del boss della ‘ndrangheta Floriano Garofalo, decide di diventare testimone di giustizia. Era il 2002, Lea e Denise vengono sottoposte al programma di protezione. Lea Garofalo è nata e cresciuta in una delle più importanti famiglie mafiose della criminalità calabrese e appena adolescente si innamora del futuro compagno Carlo Cosco, l’uomo che eseguirà la sua condanna a morte. “L’unione tra Lea e Carlo è un caso esemplare del ruolo fondamentale che svolgono le donne all’interno [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Marika Demaria vive e racconta in Valle d’Aosta. Una regione lontana dalle contaminazioni della mafia? Niente affatto. “Mi sono avvicinata al tema delle mafie al nord per il desiderio di riscatto della terra di mia madre, la Sicilia” – racconta la giornalista e scrittrice, autrice del libro in uscita “<i>La scelta di Lea. La ribellione di una donna alla ‘ndrangheta</i>” – “perché troppo spesso il Nord guarda con superiorità al Mezzogiorno sentendosi escluso da un fenomeno, quello della criminalità organizzata, da cui è stato travolto da almeno vent’anni”.<span id="more-5810"></span></h3>
<p>Quella di Lea Garofalo è una tragica storia di dolore, ma anche di amore. Dell’amore di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia. È infatti per la “sua” Denise che Lea Garofalo, figlia del boss della ‘ndrangheta Floriano Garofalo, decide di diventare testimone di giustizia. Era il 2002, Lea e Denise vengono sottoposte al programma di protezione.</p>
<p>Lea Garofalo è nata e cresciuta in una delle più importanti famiglie mafiose della criminalità calabrese e appena adolescente si innamora del futuro compagno Carlo Cosco, l’uomo che eseguirà la sua condanna a morte. “L’unione tra Lea e Carlo è un caso esemplare del ruolo fondamentale che svolgono le donne all’interno delle famiglie mafiose” – spiega Marika – “sono il collante, l’elemento di unione tra i diversi clan criminali. All’epoca del loro primo avvicinamento, infatti, i Cosco non erano ancora nessuno, e probabilmente Carlo cercò la relazione con Lea anche per acquistare prestigio e fare strada nella malavita organizzata”. La brutale uccisione di Lea nel 2009, acquista così un significato ben più profondo dell’intento di tappare la bocca a una testimone di giustizia. Il corpo di Lea è stato umiliato, fatto a pezzi in oltre 2800 frammenti ossei. Un’agghiacciante punizione per una donna che aveva osato sfidare l’autorità del capo, un’esecuzione per ristabilire l’onore del proprio nome davanti a sé stesso e al mondo circostante. “Dopo l’iniziale scomparsa della donna, Carlo Cosco organizzò una grande festa nel loro paese di origine, Petilia Policastro, con il pretesto di celebrare i 18 anni di Denise”, racconta l’autrice, “c’erano musica, regali e champagne per tutte le strade del paese, ma Denise non era neanche presente. Lei aveva ben poco da festeggiare”.</p>
<p>La vicenda di Lea e Denise conosce alterne vicende durante i sette anni di vita sotto il programma di protezione, vissuto scappando di città in città in quasi tutta Italia. I processi, la revoca della protezione e il ricorso in appello, la nuova assegnazione del programma e la rinuncia finale. Lea si sentiva sola, stremata, abbandonata. Aveva scritto una lettera al Presidente della Repubblica che il Quirinale dichiara di non aver mai ricevuto. “Ho notato come durante i processi si verifichi un triste paradosso” – testimonia Marika Demaria – “le vittime non hanno nessuno accanto in aula, mentre i carnefici sono supportati da cori da stadio”. Marika ha seguito per due anni ogni singolo processo e ha anche ricevuto pressioni da esponenti vicini ai Cosco: “quando eravamo in aula mi mettevano sotto gli occhi gli articoli che avevo scritto e li passavano agli imputati nelle gabbie, come a dire <i>«sappiamo chi sei e che cosa hai fatto»</i>”.</p>
<p>Una storia di amore e di coraggio. La scelta di Lea ma anche di Denise, che dopo la morte della madre testimonierà in aula contro suo padre davanti all’intera famiglia, ripercorrendo il proprio passato attraverso una strada di dolore e sofferenza. “Io e mia madre siamo cresciute insieme”, confida un giorno la ragazza diciottenne, “avevamo gli stessi vestiti e gli stessi gusti musicali”. Ma nonostante la fine drammatica di Lea, in questa storia si intravedono segnali di speranza. Nel processo, ancora in corso e sempre documentato da Marika Demaria sulle pagine di “Narcomafie”, il comune di Milano si è costituito parte civile e a Monza, nel luogo in cui veniva uccisa, è stata posta una targa in memoria di Lea, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8455.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-5812" title="Il coraggio di voltare pagina " alt="" src="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8455.jpg" width="612" height="408" /></a></p>
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		<title>padri e figlie di mafia</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 07:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Maria Serraino, a Milano, era chiamata La Signora. Più del marito Rosario Di Giovine o dei figli, era lei a gestire il traffico di droga in zona Piazza Prealpi tra gli anni Settanta e gli anni Novanta. Era scappata dalla Calabria perché la sua famiglia non aveva accettato che si fosse fatta mettere in cinta da una guardia carceraria, da cui aveva avuto il primo di tredici figli: Emilio. “Tra mafiosi si dice che non bisogna mai fidarsi degli ibridi perché in loro c’è il gene del tradimento”, spiega l’esperto Enzo Ciconte durante la presentazione del libro “Confessioni di un padre. Il pentito Emilio Di Giovine racconta la ‘ndrangheta alla figlia” di Ombretta Ingrascì, edito da Melampo. Forse per questa ragione, Emilio non fu mai affiliato al clan pur avendo grandi doti da leader. “Sapeva attirare a sé le persone e si faceva in quattro per i propri uomini. Lui la chiamava generosità, io credo fosse piuttosto strategia organizzativa”, aggiunge Ciconte. Ombretta sembra quasi affascinata quando racconta le mirabolanti evasioni o le avventure amorose di Emilio: “Una volta si innamorò di una modella olandese conosciuta sul volo Barcellona – Zurigo. Poco tempo dopo, scoprì che era la figlia di un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Maria Serraino, a Milano, era chiamata La Signora. Più del marito Rosario Di Giovine o dei figli, era lei a gestire il traffico di droga in zona Piazza Prealpi tra gli anni Settanta e gli anni Novanta. Era scappata dalla Calabria perché la sua famiglia non aveva accettato che si fosse fatta mettere in cinta da una guardia carceraria, da cui aveva avuto il primo di tredici figli: Emilio.<span id="more-5942"></span></h3>
<p>“Tra mafiosi si dice che non bisogna mai fidarsi degli ibridi perché in loro c’è il gene del tradimento”, spiega l’esperto Enzo Ciconte durante la presentazione del libro “Confessioni di un padre. Il pentito Emilio Di Giovine racconta la ‘ndrangheta alla figlia” di Ombretta Ingrascì, edito da Melampo. Forse per questa ragione, Emilio non fu mai affiliato al clan pur avendo grandi doti da leader. “Sapeva attirare a sé le persone e si faceva in quattro per i propri uomini. Lui la chiamava generosità, io credo fosse piuttosto strategia organizzativa”, aggiunge Ciconte. Ombretta sembra quasi affascinata quando racconta le mirabolanti evasioni o le avventure amorose di Emilio: “Una volta si innamorò di una modella olandese conosciuta sul volo Barcellona – Zurigo. Poco tempo dopo, scoprì che era la figlia di un importante trafficante d’armi. Decise di rimanere in contatto con lei anche al termine della relazione perché gli tornava utile”. È dall’arsenale del clan Di Giovine, infatti, che si riforniscono negli anni Ottanta le famiglie ‘ndranghetiste De Stefano e Condello-Imerti per regolare i loro conti. Nei primi anni Novanta scatta l’operazione Belgio per cui Emilio, sua madre e circa altre novanta persone finiscono in carcere.</p>
<p>Emilio Di Giovine decide di diventare un collaboratore di giustizia nel 2003, dopo aver ricevuto dalla sua ultimogenita una lettera in cui si lamenta di sentirsi orfana. “La sorella Rita mi giurava che da lui non avrei mai saputo niente, ma l’istinto paterno l’ha portato a parlare”. Ombretta Ingrascì, nel libro, lo lascia parlare in prima persona della sua vita: da bambino rimescolava il sangue caldo del maiale appena squartato, i suoi lo chiamavano irriducibile; ora è l’infame della famiglia.</p>
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		<title>donne guardiane del futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2013 16:16:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Donne e mafie]]></category>
		<category><![CDATA[francesca chirico]]></category>
		<category><![CDATA[maria teresa morano]]></category>
		<category><![CDATA[raffaella calandra]]></category>
		<category><![CDATA[trame festival 2013]]></category>

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		<description><![CDATA[Io parlo, prima persona femminile con risvolto plurale. Io parlo voce del verbo dignità. Dopo 20 anni di antiracket con punto di partenza Cittanova, Maria Teresa Morano racconta il suo impegno al femminile, da donna libera e consapevole. Donna e figlia che ha scelto e che insieme a tante mogli e donne ha segnato il passo alla stagione del cambiamento. Una forza plurale, quella del gruppo di denuncia. Donne generose, consapevoli del ruolo di “guardiane del futuro”. Partono le provocazioni in seno al dibattito e Raffaella Calandra mette sul tavolo l’esperienza solidale delle donne calabresi nei confronti di “mamma coraggio”, incatenata per ottenere la liberazione del figlio Cesare, rapito in Aspromonte, e quella di Liliana Esposito Carbone, vicina di casa, coetanea, collega, madre e figlia… troppo per essere circondata dalla stessa solidarietà riservata a quella donna venuta dal nord. Troppo specchio di qualcosa un qualcosa che ti “costringe” all’imitazione e non solo all’ammirazione. Ma Maria Teresa Morano rivendica con forza quella libertà di azione personale, niente a che vedere con una donna incatenata a schemi restrittivi, umilianti che rappresentano uno stereotipo inesistente, non vissuto, non provato, non conosciuto né riconosciuto nelle sue numerose compagne di viaggio.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Io parlo, prima persona femminile con risvolto plurale. Io parlo voce del verbo dignità. Dopo 20 anni di antiracket con punto di partenza Cittanova, Maria Teresa Morano racconta il suo impegno al femminile, da donna libera e consapevole.<span id="more-5683"></span></h3>
<p>Donna e figlia che ha scelto e che insieme a tante mogli e donne ha segnato il passo alla stagione del cambiamento. Una forza plurale, quella del gruppo di denuncia. Donne generose, consapevoli del ruolo di “guardiane del futuro”. Partono le provocazioni in seno al dibattito e Raffaella Calandra mette sul tavolo l’esperienza solidale delle donne calabresi nei confronti di “mamma coraggio”, incatenata per ottenere la liberazione del figlio Cesare, rapito in Aspromonte, e quella di Liliana Esposito Carbone, vicina di casa, coetanea, collega, madre e figlia… troppo per essere circondata dalla stessa solidarietà riservata a quella donna venuta dal nord. Troppo specchio di qualcosa un qualcosa che ti “costringe” all’imitazione e non solo all’ammirazione. Ma Maria Teresa Morano rivendica con forza quella libertà di azione personale, niente a che vedere con una donna incatenata a schemi restrittivi, umilianti che rappresentano uno stereotipo inesistente, non vissuto, non provato, non conosciuto né riconosciuto nelle sue numerose compagne di viaggio.</p>
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		<title>le vittime innocenti della mafia</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jun 2012 09:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[figlie]]></category>
		<category><![CDATA[vittime della mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Questo è un incontro particolare: le protagoniste, infatti, sono tutte figlie di vittime innocenti della mafia. Abbiamo chiesto loro di intervenire non per dare spettacolo, ma per trasmetterne memoria e coscienza, per attivare la responsabilità nei loro e nei nostri confronti; chi diserta si deve guardare allo specchio e vedersela con la propria coscienza”. È Lirio Abbate che introduce con queste parole Stefania Tramonte, Carmen Bertuccio e Annamaria Torre. “Quand’è che si parla di mafia? Si parla di mafia quando la mafia senza chiederti nulla, da un giorno all’altro, entra nella tua vita e la rivoluziona”, sostiene Raffaella Calandra:“e ne abbiamo la prova con queste tre ospiti”. “È difficile restare al di fuori delle logiche mafiose, è difficile abbassare la testa”. Chi non ha abbassato la testa è stato il papà di Carmen che, alla richiesta da parte di uomini di cui conosceva la provenienza, di cedergli il fucile da caccia che avrebbero usato in seguito per i loro scopi, ha detto di no. Era consapevole dell’uso che i mafiosi ne avrebbero fatto ed era consapevole della loro pericolosità. Ma ha detto di no. Non si è piegato ed è stato trucidato. Quella sera, la famiglia ha aspettato invano il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4522" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2012/06/vittime-square.jpg"><img class="size-medium wp-image-4522" title="Annamaria Torre" alt="" src="http://www.tramefestival.it/2013/festival/wp-content/uploads/2012/06/vittime-square-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Annamaria Torre</p></div>
<h3>“Questo è un incontro particolare: le protagoniste, infatti, sono tutte figlie di vittime innocenti della mafia. Abbiamo chiesto loro di intervenire non per dare spettacolo, ma per trasmetterne memoria e coscienza, per attivare la responsabilità nei loro e nei nostri confronti; chi diserta si deve guardare allo specchio e vedersela con la propria coscienza”. <span id="more-4502"></span></h3>
<p>È Lirio Abbate che introduce con queste parole Stefania Tramonte, Carmen Bertuccio e Annamaria Torre.</p>
<p><em>“Quand’è che si parla di mafia? Si parla di mafia quando la mafia senza chiederti nulla, da un giorno all’altro, entra nella tua vita e la rivoluziona”</em>, sostiene Raffaella Calandra:<em>“e ne abbiamo la prova con queste tre ospiti”.</em></p>
<p><em>“È difficile restare al di fuori delle logiche mafiose, è difficile abbassare la testa”.</em> Chi non ha abbassato la testa è stato il papà di Carmen che, alla richiesta da parte di uomini di cui conosceva la provenienza, di cedergli il fucile da caccia che avrebbero usato in seguito per i loro scopi, ha detto di no. Era consapevole dell’uso che i mafiosi ne avrebbero fatto ed era consapevole della loro pericolosità. Ma ha detto di no. Non si è piegato ed è stato trucidato. Quella sera, la famiglia ha aspettato invano il ritorno del padre. Perché, come ha detto Calandra, <em>“a volte le storie possono cambiare anche per una stretta di mano non data”.</em></p>
<p>Carmen ha fondato una associazione a Città Nova il cui scopo è quello di parlare, di incontrarsi e di raccontarsi, in modo da non vivere questo dolore in solitudine”.</p>
<p><em>“Chiediamo al sindaco di intitolare piazze e quartieri a personaggi non noti uccisi per mano mafiosa, perché intitolarli a personaggi già noti non avrebbe senso: quello che è importante è che la gente, passando per una via, non conosca la persona a cui è dedicata e si fermi a leggerne il nome e il motivo della morte”.</em></p>
<p>Annamaria invece spiega che non è stato facile (e non lo è tuttora), portare la memoria del padre nella sua terra perché è la stessa terra che ha rinnegato, mortificato e violentato il sacrificio del padre.<em> &#8220;Noi siamo state colpite da queste tragedie enormi, ma vogliamo che dalle stesse nascano messaggi da poter recepire e lanciare”.</em></p>
<p>Stefania è disoccupata, e la domanda della Calandra sorge naturale: <em>“Lo Stato non ti ha aiutata?”</em></p>
<p><em>“Lo Stato ci riconosce come categorie protette“</em>, risponde, <em>“ma quando ho mandato il curriculum e la domanda di assunzione, non ho ricevuto alcuna risposta”.</em></p>
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