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	<title>Trame 3 &#187; &#8216;ndrangheta | Trame 3</title>
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		<title>La nostra guerra non è mai finita</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Jun 2013 20:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei media nazionali non se ne parla ma c’è una parte d’Italia oscurata in cui da anni si combatte una guerra che ha fatto migliaia di morti. È la Calabria di Giovanni Tizian che nel libro “La nostra guerra non è mai finita” intreccia la sua storia personale a quella di una terra martoriata. Bovalino è il paese di origine del giovane giornalista, un piccolo comune nella provincia di Reggio Calabria. In questa terra, la Locride, tra gli anni ’80 e ’90, la stagione dei sequestri ha seminato il terrore. “Da piccolo anche quando giocavo davanti casa, mia madre veniva a prendermi prima che facesse sera” – racconta il giornalista – “per rispettare un coprifuoco che eravamo stati costretti ad autoimporci.” Ma giornali e tv non ne parlavano, a meno che il rapito di turno non fosse un imprenditore di Milano o di Varese, mentre il farmacista o il dottore scomparsi a Bovalino e in altri paesi non facevano notizia. Ancora oggi l’attenzione è molto bassa, e mentre l’informazione guarda altrove la ‘ndrangheta cresce e diventa sempre più potente. “Credo che un indizio importante del disinteresse che colpisce la Calabria”, considera Tizian, “si può notare anche nell’assenza sul posto di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Nei media nazionali non se ne parla ma c’è una parte d’Italia oscurata in cui da anni si combatte una guerra che ha fatto migliaia di morti. È la Calabria di Giovanni Tizian che nel libro “<i>La nostra guerra non è mai finita</i>” intreccia la sua storia personale a quella di una terra martoriata.<span id="more-5822"></span></h3>
<div id="attachment_5827" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_9377.jpg"><img class="size-medium wp-image-5827" alt="Pif &quot;il testimone&quot;" src="http://www.tramefestival.it/2013/festival/wp-content/uploads/2013/06/IMG_9377-300x200.jpg" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Pif &#8220;il testimone&#8221;</p></div>
<p>Bovalino è il paese di origine del giovane giornalista, un piccolo comune nella provincia di Reggio Calabria. In questa terra, la Locride, tra gli anni ’80 e ’90, la stagione dei sequestri ha seminato il terrore. “Da piccolo anche quando giocavo davanti casa, mia madre veniva a prendermi prima che facesse sera” – racconta il giornalista – “per rispettare un coprifuoco che eravamo stati costretti ad autoimporci.” Ma giornali e tv non ne parlavano, a meno che il rapito di turno non fosse un imprenditore di Milano o di Varese, mentre il farmacista o il dottore scomparsi a Bovalino e in altri paesi non facevano notizia. Ancora oggi l’attenzione è molto bassa, e mentre l’informazione guarda altrove la ‘ndrangheta cresce e diventa sempre più potente. “Credo che un indizio importante del disinteresse che colpisce la Calabria”, considera Tizian, “si può notare anche nell’assenza sul posto di redazioni di una qualunque testata nazionale”.</p>
<p>Anche a livello personale sono anni molto difficili per il giornalista, ma l’episodio che sconvolge la sua vita e quella della sua famiglia è l’omicidio del padre Peppe Tizian per mano della ‘ndrangheta. Era il 23 ottobre del 1989. L’assassinio tutt’oggi non ha trovato un colpevole nonostante anche Giovanni, molti anni dopo, abbia tentato di fare luce sul caso mettendo mano ai fascicoli dell’inchiesta. Racconta che un giorno mentre sua nonna si trovava fuori al palazzo di giustizia di Locri le venne detto che “suo figlio, Peppe, era troppo per bene perché qualcuno riuscisse a trovare una pista”. Giovanni lo chiama il paradosso dell’onestà. Eppure nonostante tutto intravede un messaggio di speranza. Recentemente il luogo del delitto &#8211; un muretto di cemento lungo la strada &#8211; è stato ripulito con la collaborazione delle associazioni “Libera” e “daSud” per lasciare spazio al murale della memoria: “il crimine non paga, la Locride è anti-‘ndrangheta”.</p>
<div id="attachment_5826" style="width: 210px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_9382-e1371933007992.jpg"><img class="size-medium wp-image-5826" alt="Giovanni Tizian" src="http://www.tramefestival.it/2013/festival/wp-content/uploads/2013/06/IMG_9382-e1371933007992-200x300.jpg" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Tizian</p></div>
<p>Qualche anno dopo l’omicidio la famiglia decide di emigrare a Modena nel tentativo di ricostruirsi una vita normale. Nonostante tutto, l’abbandono della Calabria è uno shock, che porta un desiderio di rimozione durato tutto il periodo dell’adolescenza. Ma Giovanni Tizian non vuole davvero dimenticare e più tardi inizia a ricostruire la sua memoria cominciando dalla madre e la nonna, custodi dei ricordi di famiglia. Tornando alle origini inizia a scrivere della sua terra, delle guerre di ‘ndrangheta, dei criminali ma anche dei tanti esempi di resistenza. Come quello di Lollò Cartisano, rapito nel ’93 perché si era rifiutato di pagare il pizzo. Per dieci anni non se ne seppe più nulla finché il suo corpo venne ritrovato ai piedi del monte Pietra Cappa, cuore dell’Aspromonte e della criminalità. Dal 2008 la “Lunga marcia della memoria”, passando per luoghi simbolo, insieme alle testimonianze dei familiari delle vittime di mafia, termina proprio nel posto di ritrovamento del corpo di Cartisano, ai piedi del monte Pietra Cappa. Questo e tanti altri esempi di resistenza sono le realtà in cui confida Giovanni Tizian. Non bisogna lasciarsi sconfiggere dalla rassegnazione perché, nonostante tutto, le conquiste sono state molte. “Oggi a Sud non è più possibile affermare che la mafia non esiste, mentre a Nord” – dove oggi Tizian vive, scrive e racconta di storie di mafie (anche) al Nord – “c’è ancora tanto negazionismo e non ci si rende conto a pieno del problema”.</p>
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		<title>l&#8217;importanza del dire e del non dire</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 17:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Della lotta alla ‘Ndrangheta, il magistrato Nicola Gratteri ne ha fatto la propria bandiera. A testimoniarlo, l’accettazione da parte sua della non retribuzione per l’incarico che ricopre: “Chi combatte la mafia segue un credo, e questo credo non può essere connesso a un secondo fine”, dichiara: “Questo è un compito che richiede fede e rispetto, la stessa fede e lo stesso rispetto che il credente deve utilizzare quando si approssima a un luogo sacro”. Prima ancora di parlare, insieme al giornalista Pietro Melia, al pubblico di Lamezia Terme della sua ultima pubblicazione, il pm illustra le inefficienze del sistema:  la mancanza di personale; la necessità di modificare il codice di procedura penale; la prescrizione, che fa sì che i reati rimangano esclusivamente sulla carta. Notifiche e rinvii causano tempi morti: l’informatizzazione abbatterebbe i tempi ed eliminerebbe la corruzione e la concussione. “Abbiamo a che fare con una delle cose più sporche che esistano: in questi anni la ‘ndrangheta è diventata la più potente organizzazione criminale al mondo”, spiega Gratteri. “Fratelli di sangue” è il libro precedentemente scritto con la collaborazione del giornalista Antonio Nicaso, e definito dall’autore stesso “il migliore, dal punto di vista scientifico, dopo il recentissimo ‘Dire e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Della lotta alla ‘Ndrangheta, il magistrato Nicola Gratteri ne ha fatto la propria bandiera. A testimoniarlo, l’accettazione da parte sua della non retribuzione per l’incarico che ricopre: “<i>Chi combatte la mafia segue un credo, e questo credo non può essere connesso a un secondo fine”, </i>dichiara: “<i>Questo è un compito che richiede fede e rispetto, la stessa fede e lo stesso rispetto che il credente deve utilizzare quando si approssima a un luogo sacro”.<span id="more-5754"></span> </i></h3>
<p>Prima ancora di parlare, insieme al giornalista Pietro Melia, al pubblico di Lamezia Terme della sua ultima pubblicazione, il pm illustra le inefficienze del sistema:  la mancanza di personale; la necessità di modificare il codice di procedura penale; la prescrizione, che fa sì che i reati rimangano esclusivamente sulla carta. Notifiche e rinvii causano tempi morti: l’informatizzazione abbatterebbe i tempi ed eliminerebbe la corruzione e la concussione. “<i>Abbiamo a che fare con una delle cose più sporche che esistano: in questi anni la ‘ndrangheta è diventata la più potente organizzazione criminale al mondo”, </i>spiega Gratteri.</p>
<p><i>“Fratelli di sangue” </i>è il libro precedentemente scritto con la collaborazione del giornalista Antonio Nicaso, e definito dall’autore stesso “<i>il migliore, dal punto di vista scientifico, dopo il recentissimo ‘Dire e non dire’”. </i>Contiene la filosofia della ‘ndrangheta: i comportamenti, i ‘tic’, le debolezze, le ossessioni presenti tra i suoi uomini; attraverso la manifestazione di questi atteggiamenti -piccoli e grandi- e alla loro non sottovalutazione, si può giungere alla comprensione del fenomeno. In poco tempo, “<i>Fratelli di sangue” </i>ha venduto 40.000 copie, scatenando una diatriba tra Rizzoli e Mondadori per accaparrarselo. Perché ha venduto tanto? Perché ne possiede una copia ogni famiglia ‘ndranghetista, ogni caserma dei carabinieri e perché in esso sono citati tantissimi nomi, “<i>e chi vuole capire se il suo è tra questi, legge il libro!”,  </i>ironizza il pm.</p>
<p>Gratteri ci spiega che i due elementi di forza su cui si basa la ‘ndrangheta sono il vincolo di sangue  e l’ossessione per le regole. Quest’ultimo attributo ha permesso all’organizzazione di essere identificata come molto credibile nel panorama internazionale. Tardare anche solo di un quarto d’ora ad un incontro, è segno di trascuratezza che dev’essere punita con una sentenza, spesso un’umiliazione. Questa attinenza alle regole stabilite, giustifica l’omicidio di un altro uomo: per chi sgarra, la morte è l’unica soluzione possibile; una punizione che non si vorrebbe compiere volontariamente, ma di cui non si può fare a meno, e di cui a macchiarsi le mani sono sempre gli ultimi nella piramide di potere dell’organizzazione criminale.</p>
<p>Il matrimonio è un rito per la cultura ‘ndranghetista. I protagonisti convolano a nozze ancora ragazzi; le fanciulle sperano in questo modo di svincolarsi dai legami di dipendenza adottati nella casa paterna e di ottenere, con una vita propria, un barlume di indipendenza. Mettono al mondo figli che costituiscono un’altra fonte di potere: le donne diventeranno le mogli dei rampolli delle famiglie mafiose, creando così alleanze tra i futuri congiunti, che riecheggiano –non troppo vagamente- quelle che si stabilivano tra le nobili casate del Settecento. I maschi, invece, ‘imparano il mestiere’ e proseguono le gesta del padre e del nonno.</p>
<p>Gratteri accenna anche ai collaboratori di giustizia, la cui gestione è estremamente pesante per un pm “<i>È come aver a che fare con l’adozione di un bambino”, </i>dice. Inoltre, l’incarico è ostico: chi li interroga deve aver studiato profondamente la loro storia criminale, quella della loro famiglia, dei loro amici e nemici.</p>
<p>Un rimando a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, definiti dei ‘fuori classe’ che hanno anticipato di vent’anni -rispetto ai loro colleghi- lo studio e la comprensione del fenomeno mafioso. “<i>Oggi molta gente ha fatto carriera sulla loro pelle”.</i></p>
<p>Gratteri parla dei<i> </i>calabresi<i> </i>e della loro propensione all’essere comandati: “<i>sono per loro natura servili, non reattivi e grandi individualisti. Questo è l’autolesionismo del calabrese: il vero nemico del calabrese è il calabrese stesso. E’ difficile che avvenga, in questo modo, una rivoluzione culturale. Il commerciante che non denuncia, non lo fa per omertà, ma perché non sa a chi rivolgersi, non aiutato certo dalla sua diffidenza nei confronti delle altre persone”. </i>E conclude con un monito per i giornalisti: “<i>Non siate pacioni, scontratevi anche con la magistratura, parlate male di me, se ne avete motivo. Non fermatevi al comunicato stampa, ma andate in giro, intervistate e interrogatevi. Fornite ai lettori e alla gente più elementi possibili per farsi un’idea delle cose, per discernere, per capire e per sviluppare una coscienza propria e critica”.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>il coraggio di voltare pagina</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 13:07:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marika Demaria vive e racconta in Valle d’Aosta. Una regione lontana dalle contaminazioni della mafia? Niente affatto. “Mi sono avvicinata al tema delle mafie al nord per il desiderio di riscatto della terra di mia madre, la Sicilia” – racconta la giornalista e scrittrice, autrice del libro in uscita “La scelta di Lea. La ribellione di una donna alla ‘ndrangheta” – “perché troppo spesso il Nord guarda con superiorità al Mezzogiorno sentendosi escluso da un fenomeno, quello della criminalità organizzata, da cui è stato travolto da almeno vent’anni”. Quella di Lea Garofalo è una tragica storia di dolore, ma anche di amore. Dell’amore di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia. È infatti per la “sua” Denise che Lea Garofalo, figlia del boss della ‘ndrangheta Floriano Garofalo, decide di diventare testimone di giustizia. Era il 2002, Lea e Denise vengono sottoposte al programma di protezione. Lea Garofalo è nata e cresciuta in una delle più importanti famiglie mafiose della criminalità calabrese e appena adolescente si innamora del futuro compagno Carlo Cosco, l’uomo che eseguirà la sua condanna a morte. “L’unione tra Lea e Carlo è un caso esemplare del ruolo fondamentale che svolgono le donne all’interno [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Marika Demaria vive e racconta in Valle d’Aosta. Una regione lontana dalle contaminazioni della mafia? Niente affatto. “Mi sono avvicinata al tema delle mafie al nord per il desiderio di riscatto della terra di mia madre, la Sicilia” – racconta la giornalista e scrittrice, autrice del libro in uscita “<i>La scelta di Lea. La ribellione di una donna alla ‘ndrangheta</i>” – “perché troppo spesso il Nord guarda con superiorità al Mezzogiorno sentendosi escluso da un fenomeno, quello della criminalità organizzata, da cui è stato travolto da almeno vent’anni”.<span id="more-5810"></span></h3>
<p>Quella di Lea Garofalo è una tragica storia di dolore, ma anche di amore. Dell’amore di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia. È infatti per la “sua” Denise che Lea Garofalo, figlia del boss della ‘ndrangheta Floriano Garofalo, decide di diventare testimone di giustizia. Era il 2002, Lea e Denise vengono sottoposte al programma di protezione.</p>
<p>Lea Garofalo è nata e cresciuta in una delle più importanti famiglie mafiose della criminalità calabrese e appena adolescente si innamora del futuro compagno Carlo Cosco, l’uomo che eseguirà la sua condanna a morte. “L’unione tra Lea e Carlo è un caso esemplare del ruolo fondamentale che svolgono le donne all’interno delle famiglie mafiose” – spiega Marika – “sono il collante, l’elemento di unione tra i diversi clan criminali. All’epoca del loro primo avvicinamento, infatti, i Cosco non erano ancora nessuno, e probabilmente Carlo cercò la relazione con Lea anche per acquistare prestigio e fare strada nella malavita organizzata”. La brutale uccisione di Lea nel 2009, acquista così un significato ben più profondo dell’intento di tappare la bocca a una testimone di giustizia. Il corpo di Lea è stato umiliato, fatto a pezzi in oltre 2800 frammenti ossei. Un’agghiacciante punizione per una donna che aveva osato sfidare l’autorità del capo, un’esecuzione per ristabilire l’onore del proprio nome davanti a sé stesso e al mondo circostante. “Dopo l’iniziale scomparsa della donna, Carlo Cosco organizzò una grande festa nel loro paese di origine, Petilia Policastro, con il pretesto di celebrare i 18 anni di Denise”, racconta l’autrice, “c’erano musica, regali e champagne per tutte le strade del paese, ma Denise non era neanche presente. Lei aveva ben poco da festeggiare”.</p>
<p>La vicenda di Lea e Denise conosce alterne vicende durante i sette anni di vita sotto il programma di protezione, vissuto scappando di città in città in quasi tutta Italia. I processi, la revoca della protezione e il ricorso in appello, la nuova assegnazione del programma e la rinuncia finale. Lea si sentiva sola, stremata, abbandonata. Aveva scritto una lettera al Presidente della Repubblica che il Quirinale dichiara di non aver mai ricevuto. “Ho notato come durante i processi si verifichi un triste paradosso” – testimonia Marika Demaria – “le vittime non hanno nessuno accanto in aula, mentre i carnefici sono supportati da cori da stadio”. Marika ha seguito per due anni ogni singolo processo e ha anche ricevuto pressioni da esponenti vicini ai Cosco: “quando eravamo in aula mi mettevano sotto gli occhi gli articoli che avevo scritto e li passavano agli imputati nelle gabbie, come a dire <i>«sappiamo chi sei e che cosa hai fatto»</i>”.</p>
<p>Una storia di amore e di coraggio. La scelta di Lea ma anche di Denise, che dopo la morte della madre testimonierà in aula contro suo padre davanti all’intera famiglia, ripercorrendo il proprio passato attraverso una strada di dolore e sofferenza. “Io e mia madre siamo cresciute insieme”, confida un giorno la ragazza diciottenne, “avevamo gli stessi vestiti e gli stessi gusti musicali”. Ma nonostante la fine drammatica di Lea, in questa storia si intravedono segnali di speranza. Nel processo, ancora in corso e sempre documentato da Marika Demaria sulle pagine di “Narcomafie”, il comune di Milano si è costituito parte civile e a Monza, nel luogo in cui veniva uccisa, è stata posta una targa in memoria di Lea, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8455.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-5812" title="Il coraggio di voltare pagina " alt="" src="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8455.jpg" width="612" height="408" /></a></p>
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		<title>Politici e malandrini, la politica e i legami con le mafie</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 12:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I legami che storicamente esistono tra politica e mafia non sono certo una novità e le cronache giudiziarie ci regalano enormi spunti di riflessione per entrare nel pieno delle connivenze che invadono il territorio italiano.  Il libro di Enzo Ciconte, presentato a Palazzo Nicotera, analizza ed approfondisce esattamente il rapporto esistente tra politica e mafia, entrando in particolare nel merito di quelle interconnessioni che collegano la ‘ndrangheta calabrese con pezzi di politica deviata del nord ma anche fuori i confini nazionali. “Politici e malandrini” è, infatti, il titolo del volume di Ciconte raccontato e spiegato al pubblico di Trame3 da Francesco Forgione (già Presidente della Commissione Antimafia) e dal giornalista Filippo Vetri. Il testo, edito da Rubbettino Editore, sottolinea la grande capacità con cui i boss calabresi sono riusciti nel corso degli anni a divenire parte integrante di quella politica che ha scelto la subalternità ai mafiosi per accrescere i proprio interesse. Un legame costruito tramite la corruzione, intesa  come collante strategico  per dare vita ad un modello di società basato sulle necessità e le richieste della ‘ndrangheta. Cosche calabresi protagoniste, quindi, di scelte politiche fondamentali per il paese, che in alcuni casi sono arrivate addirittura a scegliere e selezionare [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>I legami che storicamente esistono tra politica e mafia non sono certo una novità e le cronache giudiziarie ci regalano enormi spunti di riflessione per entrare nel pieno delle connivenze che invadono il territorio italiano. <span id="more-5795"></span></h3>
<p>Il libro di Enzo Ciconte, presentato a Palazzo Nicotera, analizza ed approfondisce esattamente il rapporto esistente tra politica e mafia, entrando in particolare nel merito di quelle interconnessioni che collegano la ‘ndrangheta calabrese con pezzi di politica deviata del nord ma anche fuori i confini nazionali. “Politici e malandrini” è, infatti, il titolo del volume di Ciconte raccontato e spiegato al pubblico di Trame3 da Francesco Forgione (già Presidente della Commissione Antimafia) e dal giornalista Filippo Vetri. Il testo, edito da Rubbettino Editore, sottolinea la grande capacità con cui i boss calabresi sono riusciti nel corso degli anni a divenire parte integrante di quella politica che ha scelto la subalternità ai mafiosi per accrescere i proprio interesse. Un legame costruito tramite la corruzione, intesa  come collante strategico  per dare vita ad un modello di società basato sulle necessità e le richieste della ‘ndrangheta.<br />
Cosche calabresi protagoniste, quindi, di scelte politiche fondamentali per il paese, che in alcuni casi sono arrivate addirittura a scegliere e selezionare la classe politica da presentare alle elezioni sia politiche che amministrative. Basti pensare agli innumerevoli comuni sciolti per mafia dalla Lombardia fino alla Sicilia. Al nord la ‘ndrangheta ha la costante di rimanere invisibile, opaca, di essere un unicum con quella borghesia mafiosa che brinda e cena con i importanti politici nazionali. A differenza della mafia siciliana e della camorra, la ‘ndrangheta ha avuto rapporti con uomini politici di ogni schieramento, assicurandosi una piena protezione. Il libro di Ciconte, però, va oltre teorizzando anche quell’incrocio perfetto tra diversi elementi che detengono il timone della rotta italiana in perfetto equilibro: ‘ndrangheta, magistratura, politica e massoneria, passando per i servizi segreti ed agenti esteri operanti in Italia.<br />
La ‘ndrangheta vuole essere stato, vuole sostituirsi alla stato e cerca, quindi, un rapporto di internità con lo stato, operando un modello di controllo del territorio che arriva fin dentro agli uffici dei comuni italiani.</p>
<p>Ma oltre a quella politica collusa con la mafia, esiste anche una grossa fetta di politici che fanno semplicemente  il loro dovere, agendo nel rispetto delle regole e di quei cittadini onesti che hanno scelto di votarli. Uno dei capitoli del libri si chiama, infatti, proprio Signor No ed è una chiaro e dettagliato elenco di coloro che hanno scelto di non piegarsi e denunciare, di fare politica pulita senza aver bisogno di costruire la propria carriera amministrativa sulle scelte della mafia.</p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8507.jpg"><br />
</a> <a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8765.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-5799" alt="politici e malandr" src="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/IMG_8765.jpg" width="612" height="408" /></a></p>
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		<title>padri e figlie di mafia</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 07:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Maria Serraino, a Milano, era chiamata La Signora. Più del marito Rosario Di Giovine o dei figli, era lei a gestire il traffico di droga in zona Piazza Prealpi tra gli anni Settanta e gli anni Novanta. Era scappata dalla Calabria perché la sua famiglia non aveva accettato che si fosse fatta mettere in cinta da una guardia carceraria, da cui aveva avuto il primo di tredici figli: Emilio. “Tra mafiosi si dice che non bisogna mai fidarsi degli ibridi perché in loro c’è il gene del tradimento”, spiega l’esperto Enzo Ciconte durante la presentazione del libro “Confessioni di un padre. Il pentito Emilio Di Giovine racconta la ‘ndrangheta alla figlia” di Ombretta Ingrascì, edito da Melampo. Forse per questa ragione, Emilio non fu mai affiliato al clan pur avendo grandi doti da leader. “Sapeva attirare a sé le persone e si faceva in quattro per i propri uomini. Lui la chiamava generosità, io credo fosse piuttosto strategia organizzativa”, aggiunge Ciconte. Ombretta sembra quasi affascinata quando racconta le mirabolanti evasioni o le avventure amorose di Emilio: “Una volta si innamorò di una modella olandese conosciuta sul volo Barcellona – Zurigo. Poco tempo dopo, scoprì che era la figlia di un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Maria Serraino, a Milano, era chiamata La Signora. Più del marito Rosario Di Giovine o dei figli, era lei a gestire il traffico di droga in zona Piazza Prealpi tra gli anni Settanta e gli anni Novanta. Era scappata dalla Calabria perché la sua famiglia non aveva accettato che si fosse fatta mettere in cinta da una guardia carceraria, da cui aveva avuto il primo di tredici figli: Emilio.<span id="more-5942"></span></h3>
<p>“Tra mafiosi si dice che non bisogna mai fidarsi degli ibridi perché in loro c’è il gene del tradimento”, spiega l’esperto Enzo Ciconte durante la presentazione del libro “Confessioni di un padre. Il pentito Emilio Di Giovine racconta la ‘ndrangheta alla figlia” di Ombretta Ingrascì, edito da Melampo. Forse per questa ragione, Emilio non fu mai affiliato al clan pur avendo grandi doti da leader. “Sapeva attirare a sé le persone e si faceva in quattro per i propri uomini. Lui la chiamava generosità, io credo fosse piuttosto strategia organizzativa”, aggiunge Ciconte. Ombretta sembra quasi affascinata quando racconta le mirabolanti evasioni o le avventure amorose di Emilio: “Una volta si innamorò di una modella olandese conosciuta sul volo Barcellona – Zurigo. Poco tempo dopo, scoprì che era la figlia di un importante trafficante d’armi. Decise di rimanere in contatto con lei anche al termine della relazione perché gli tornava utile”. È dall’arsenale del clan Di Giovine, infatti, che si riforniscono negli anni Ottanta le famiglie ‘ndranghetiste De Stefano e Condello-Imerti per regolare i loro conti. Nei primi anni Novanta scatta l’operazione Belgio per cui Emilio, sua madre e circa altre novanta persone finiscono in carcere.</p>
<p>Emilio Di Giovine decide di diventare un collaboratore di giustizia nel 2003, dopo aver ricevuto dalla sua ultimogenita una lettera in cui si lamenta di sentirsi orfana. “La sorella Rita mi giurava che da lui non avrei mai saputo niente, ma l’istinto paterno l’ha portato a parlare”. Ombretta Ingrascì, nel libro, lo lascia parlare in prima persona della sua vita: da bambino rimescolava il sangue caldo del maiale appena squartato, i suoi lo chiamavano irriducibile; ora è l’infame della famiglia.</p>
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		<title>Quando la ‘ndrangheta emigrava al nord nell’omertà generale</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2013 11:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se qualcuno sosteneva ancora che la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta fossero radicate esclusivamente nelle regioni del sud come Calabria, Sicilia e Campania con questo libro dovrà per forza di cose ricredersi.  Nel cortile del Palazzo Nicotera, Nando della Chiesa, autore del volume “Buccinasco” presentato nella serata di ieri a Trame, ha fatto cadere tanti di quei luoghi comuni che continuano a voler relegare la mafia solo in quelle regioni meridionali d’Italia, salvando il nord dal contagio mafioso, facendo cadere quel pregiudizio etnico che vuole il nord ed il suo popolo siano salvi dalle cosiddette infiltrazioni mafiose. Il libro, edito dalla casa editrice Einaudi, ha infatti il merito di rompere quel muro di omertà fatto di approssimazioni, connivenze ed incredulità che non vuole accorgersi di quella colonizzazione scientifica iniziata già negli anni ’60, che ha portato parte della mafia calabrese al nord, principalmente tra la Lombardia e il Piemonte, dove intere famiglie mafiose si sono insediate portando con se tutto il bagaglio, la struttura, il metodo, le collusioni e gli affari tipici subcultura ‘ndranghetista. Buccinasco, la Platì del nord, da piccolo centro abitato è divenuto uno dei maggiori centri della ‘ndrangheta al nord, dove per anni ha agito indisturbato [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>Se qualcuno sosteneva ancora che la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta fossero radicate esclusivamente nelle regioni del sud come Calabria, Sicilia e Campania con questo libro dovrà per forza di cose ricredersi. <span id="more-5669"></span></h3>
<p>Nel cortile del Palazzo Nicotera, Nando della Chiesa, autore del volume “Buccinasco” presentato nella serata di ieri a Trame, ha fatto cadere tanti di quei luoghi comuni che continuano a voler relegare la mafia solo in quelle regioni meridionali d’Italia, salvando il nord dal contagio mafioso, facendo cadere quel pregiudizio etnico che vuole il nord ed il suo popolo siano salvi dalle cosiddette infiltrazioni mafiose. Il libro, edito dalla casa editrice Einaudi, ha infatti il merito di rompere quel muro di omertà fatto di approssimazioni, connivenze ed incredulità che non vuole accorgersi di quella colonizzazione scientifica iniziata già negli anni ’60, che ha portato parte della mafia calabrese al nord, principalmente tra la Lombardia e il Piemonte, dove intere famiglie mafiose si sono insediate portando con se tutto il bagaglio, la struttura, il metodo, le collusioni e gli affari tipici subcultura ‘ndranghetista.<br />
Buccinasco, la Platì del nord, da piccolo centro abitato è divenuto uno dei maggiori centri della ‘ndrangheta al nord, dove per anni ha agito indisturbato anche il boss Antonio Papalia, considerato uno dei maggiori esponenti dei clan della zona. Sequestri di persona, spaccio di stupefacenti, assalti armati a caserme dei carabinieri, fino a divenire quella mafia finanziaria che ha come obiettivo quello di radicare gli affari di famiglia nella gestione di imprese legate al mondo dell’edilizia. A Buccinasco tra gli anni ’70 e gli anni ’80 non ci sono state infiltrazioni mafiose ma bensì esisteva una stabilità mafiosa che ha continuato ad operare quasi indisturbata per anni. E’ infatti del 2011 la notizia dell’arresto del sindaco di allora, Loris Cereda, che finì in manette per corruzione, falso in atto pubblico e tangenti.<br />
Il libro di Dalla Chiesa, presentato dal magistrato Michele Prestipino e dal giornalista Attilio Bolzoni e scritto in collaborazione con la ricercatrice Martina Panzarasa, ha subito numerose critiche ed attacchi anche dallo stesso comune della cittadina in provincia di Milano di cui si raccontano le vicende. Una campagna diffamatoria apparsa addirittura sulla home page del sito del comune, che nonostante prove, arresti ed una storia di chiare migrazioni mafiose, che non lascia nulla al caso, continua a dipingere il civilissimo nord come un luogo esente dalla mafia.</p>
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		<title>POLITICI E MALANDRINI</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jun 2013 12:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[ndrangheta e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[La ’ndrangheta è l’organizzazione mafiosa in perenne trasformazione. La storia del filo che lega politici e ’ndrangheta è quella più negletta perché la mafia calabrese ha vissuto per un lungo periodo storico in una zona oscura impenetrabile alla conoscenza. Enzo Ciconte, Politici e Malandrini, Rubbettino. Fare la storia del rapporto tra malandrini e politici vuol dire affrontare – e cercare di spiegare – una diversità che fa della ’ndrangheta un unicum nel panorama mafioso. La ’ndrangheta in determinati momenti storici si è differenziata da mafia e camorra sia perché ha stabilito relazioni con il Pci e con la destra eversiva, sia perché è l’unica organizzazione ad avere rapporti con uomini politici che operano nel Centro-Nord Italia e persino in alcuni Paesi stranieri. La ’ndrangheta s’è assicurata la protezione di una borghesia mafiosa ingorda ma anche miope, senza ideali e incapace di immaginare un futuro per la propria terra diverso da quello della subalternità ai governanti di turno o ai mafiosi. ’Ndrangheta, magistratura, politica e massoneria sono un incrocio perfetto. Al centro, come una rotonda che regola il traffico, uomini infedeli dei servizi segreti. Nella prima parte c’è il racconto di lunga durata che dalla Calabria del 1861 arriva sino ai [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/politici-e-malandrini.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-5409" alt="politici-e-malandrini" src="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2013/06/politici-e-malandrini.gif" width="290" height="290" /></a></strong>La ’ndrangheta è l’organizzazione mafiosa in perenne trasformazione. La storia del filo che lega politici e ’ndrangheta è quella più negletta perché la mafia calabrese ha vissuto per un lungo periodo storico in una zona oscura impenetrabile alla conoscenza.</p>
<p>Enzo Ciconte, <strong><em>Politici e Malandrini</em></strong>, <a href="http://www.rubbettino.it/‎" target="_blank">Rubbettino</a>.</p>
<p>Fare la storia del rapporto tra malandrini e politici vuol dire affrontare – e cercare di spiegare – una diversità che fa della ’ndrangheta un unicum nel panorama mafioso. La ’ndrangheta in determinati momenti storici si è differenziata da mafia e camorra sia perché ha stabilito relazioni con il Pci e con la destra eversiva, sia perché è l’unica organizzazione ad avere rapporti con uomini politici che operano nel Centro-Nord Italia e persino in alcuni Paesi stranieri. La ’ndrangheta s’è assicurata la protezione di una borghesia mafiosa ingorda ma anche miope, senza ideali e incapace di immaginare un futuro per la propria terra diverso da quello della subalternità ai governanti di turno o ai mafiosi. ’Ndrangheta, magistratura, politica e massoneria sono un incrocio perfetto. Al centro, come una rotonda che regola il traffico, uomini infedeli dei servizi segreti. Nella prima parte c’è il racconto di lunga durata che dalla Calabria del 1861 arriva sino ai nostri giorni. La seconda parte è dedicata al condizionamento ’ndranghetista su pezzi della politica di alcune regioni: Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Lombardia. La terza parte mostra come la ’ndrangheta si sia interessata di politica in giro per il mondo. La quarta parte illustra alcune forme recenti di resistenza e di ribellione alla prepotenza e alla volontà di dominio ad opera in particolare di sindaci o di assessori o consiglieri comunali calabresi e del Nord Italia.</p>
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		<title>un giudice nel far west della &#8216;ndrangheta</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jun 2012 12:00:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Storia di un giudice nel Far West della &#8216;ndrangheta&#8221; del magistrato Francesco Cascini, presentato oggi dall&#8217;autore insieme a Francesca Chirico a Palazzo Panariti, è prima di tutto un diario personale quello dello stesso magistrato che inviato a Locri incontra e si confronta un po&#8217; come &#8220;un ragazzo sprovveduto&#8221; la &#8216;ndrangheta. È un libro che parla della Calabria letta anche attraverso le vicende personali di Cascini ma non limitandosi ad esse. Una Calabria e una Locride in cui spesso manca la speranza che ha lasciato il posto all&#8217;indifferenza e alla rassegnazione. Metafora di una terra senza alcuna regola quella contenuta nel titolo del libro che paragona la Locride al far west. Proprio nella locride è più importante che altrove far rispettare le regole. Le &#8216;ndrine – spesso affiancate da altre forme di criminalità &#8211; presenti sul territorio ricorda il magistrato sono sei, le persone che gravitano intorno alla &#8216;ndrangheta invece sono 5 mila. 5 mila persone che hanno diritto di voto e svolgono un ruolo fondamentale nella vita della comunità locale, ricoprendo posizioni di potere all&#8217;interno della comunità che permette loro di condizionare la comunità nel bene e nel male. L&#8217;ospedale di Locri, conclude il giudice, &#8220;va commissariato da Roma non [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3>&#8220;Storia di un giudice nel Far West della &#8216;ndrangheta&#8221; del magistrato Francesco Cascini, presentato oggi dall&#8217;autore insieme a Francesca Chirico a Palazzo Panariti, è prima di tutto un diario personale quello dello stesso magistrato che inviato a Locri incontra e si confronta un po&#8217; come &#8220;un ragazzo sprovveduto&#8221; la &#8216;ndrangheta.</h3>
<p><span id="more-4598"></span>È un libro che parla della Calabria letta anche attraverso le vicende personali di Cascini ma non limitandosi ad esse. Una Calabria e una Locride in cui spesso manca la speranza che ha lasciato il posto all&#8217;indifferenza e alla rassegnazione. Metafora di una terra senza alcuna regola quella contenuta nel titolo del libro che paragona la Locride al far west. Proprio nella locride è più importante che altrove far rispettare le regole. Le &#8216;ndrine – spesso affiancate da altre forme di criminalità &#8211; presenti sul territorio ricorda il magistrato sono sei, le persone che gravitano intorno alla &#8216;ndrangheta invece sono 5 mila. 5 mila persone che hanno diritto di voto e svolgono un ruolo fondamentale nella vita della comunità locale, ricoprendo posizioni di potere all&#8217;interno della comunità che permette loro di condizionare la comunità nel bene e nel male. L&#8217;ospedale di Locri, conclude il giudice, &#8220;va commissariato da Roma non è possibile farlo dalla Calabria. Non è colpa del singolo è il sistema che non è governabile sul posto ma bisogna avere la serietà di dire come stanno le cose&#8221;.</p>
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		<title>minare il mito dell’imbattibilità delle organizzazioni mafiose</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jun 2012 08:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Peschiera]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una libro che, in una sorta di racconto parallelo, ricostruisce la storia delle tre principali organizzazioni mafiose italiane. “Onorate società” l’ultima fatica dello storico inglese John Dickie, analizza la nascita della mafia siciliana, della camorra napoletana e della ‘ndrangheta calabrese dal risorgimento sino al secondo dopoguerra cercando, come afferma lo stesso autore, di “minare il mito dell’imbattibilità delle organizzazioni mafiose”. Uno sguardo lucido e documentato, che vuole anche scardinare alcuni dei luoghi comuni che spesso hanno accompagnato la narrazione di questi fenomeni criminali. “Si dice spesso che la Calabria abbia una tradizione familista e che l’ndrangheta sia espressione proprio di questo familismo – spiega Dickie – ma questo è un ragionamento privo di prove storiche e che per altro induce anche a un certo pessimismo, perché allora dovremmo supporre che siano inseparabili. In realtà la ‘ndrangheta non nasce familista e anzi, agli albori, nella seconda metà dell’800, il suo business principale era quello dello sfruttamento della prostituzione, una cosa oggi assolutamente inconcepibile per il suo codice d’onore interno”. Lo storico inglese punta poi il dito su una certa “smemoratezza delle istituzioni”, che si sono spesso dimenticate dei risultati ottenuti in passato. “Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 sono [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4518" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.tramefestival.it/cms/2013/wp-content/uploads/sites/4/2012/06/dickie-square.jpg"><img class="size-medium wp-image-4518" title="John Dickie" alt="" src="http://www.tramefestival.it/2013/festival/wp-content/uploads/2012/06/dickie-square-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">John Dickie</p></div>
<h3>Una libro che, in una sorta di racconto parallelo, ricostruisce la storia delle tre principali organizzazioni mafiose italiane. “Onorate società” l’ultima fatica dello storico inglese John Dickie, analizza la nascita della mafia siciliana, della camorra napoletana e della ‘ndrangheta calabrese dal risorgimento sino al secondo dopoguerra cercando, come afferma lo stesso autore, di “minare il mito dell’imbattibilità delle organizzazioni mafiose”. <span id="more-4514"></span></h3>
<p>Uno sguardo lucido e documentato, che vuole anche scardinare alcuni dei luoghi comuni che spesso hanno accompagnato la narrazione di questi fenomeni criminali. <em>“Si dice spesso che la Calabria abbia una tradizione familista e che l’ndrangheta sia espressione proprio di questo familismo</em> – spiega Dickie –<em> ma questo è un ragionamento privo di prove storiche e che per altro induce anche a un certo pessimismo, perché allora dovremmo supporre che siano inseparabili. In realtà la ‘ndrangheta non nasce familista e anzi, agli albori, nella seconda metà dell’800, il suo business principale era quello dello sfruttamento della prostituzione, una cosa oggi assolutamente inconcepibile per il suo codice d’onore interno”.</em></p>
<p>Lo storico inglese punta poi il dito su una certa “smemoratezza delle istituzioni”, che si sono spesso dimenticate dei risultati ottenuti in passato. <em>“Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 sono stati condannati circa 1800 ‘ndranghetisti, che allora non si chiamavano ancora così, per associazione a delinquere</em> – rivela Dickie –. <em>Questo ci fa capire che spesso prima non esisteva quella connivenza che si è poi instaurata con il potere politico e che non c’era nemmeno omertà. Anche i media hanno contribuito a instaurare questo clima di silenzio sul problema, soprattutto in Calabria, poiché, al contrario di Napoli e Palermo, non contava nulla a livello economico”.</em></p>
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