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Non abituarsi alla paura

“Storie di uomini e donne che resistono” — terzo appuntamento del ciclo con Ugo Floro e Herbert Nunzio Catalano

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di Isabella Fazio

 

 

Le mafie non hanno bisogno di mostrarsi costantemente per esercitare il proprio potere. Talvolta è sufficiente che riescano a convincere chi le subisce, che certe cose, semplicemente, non possano cambiare.
Protagonista del terzo incontro di "Storie di donne e uomini che resistono”, moderato da Ugo Floro, è stato Herbert Nunzio Catalano, imprenditore reggino che per anni ha subito le richieste estorsive della 'ndrangheta, fino alla scelta di interrompere un sistema che sembrava essersi sedimentato nel tempo come una consuetudine inevitabile.
Una storia che mostra quanto facilmente la sopraffazione possa diventare normalità. N

Non c'erano minacce esplicite, né manifestazioni di violenza eclatanti. Bastava la richiesta di un contributo "per mettersi a posto", un aiuto destinato, secondo la formula utilizzata dagli estorsori, alle famiglie dei detenuti. Un copione che si è ripetuto per anni e che aveva finito per assumere i contorni di una prassi accettata, quasi una tassa da pagare per poter lavorare serenamente. Poi qualcosa cambia.

L'avvicinamento alle associazioni antiracket e la decisione di interrompere quei pagamenti segnano una cesura profonda. A quella scelta, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, segue una risposta violenta: il 2 dicembre 2022 un incendio distrugge il deposito della sua azienda, la Tecnoappalti Italia srl, nella frazione di Gallina, a Reggio Calabria. Da quella notte prende avvio un percorso che porterà Catalano a raccontare agli inquirenti anni di estorsioni e a consegnare agli investigatori persino gli appunti con cui aveva annotato i versamenti effettuati.

La vicenda di Catalano interroga prima di tutto la comunità: ci spiega perché resistere non significa essere immuni alla paura, ma trovare la forza di sottrarsi a ciò che, troppo a lungo, è stato percepito come inevitabile.

La paura, del resto, non si manifesta quasi mai con gesti eclatanti. A volte si sedimenta lentamente, fino a trasformarsi in abitudine.
Ed è forse questo il senso più profondo di queste testimonianze: ricordare che le mafie prosperano quando la sopraffazione viene accettata come normalità e che ogni percorso di liberazione comincia nel momento in cui quella normalità viene spezzata.

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