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Gotor a “Trame”: “Da 25 anni non scegliamo più i nostri parlamentari”. Sul delitto Mattarella: “Il Capo dello Stato parlò già nel 1993 di P2 e Stati Uniti”

Tra P2, neofascismo e apparati infedeli dello Stato: Miguel Gotor ricostruisce l'omicidio di Piersanti Mattarella e lancia l'allarme sugli affanni della democrazia rappresentativa.

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Non un “delitto di mafia”, ma un "omicidio di politica mafiosa" dentro una trama di "ibridi connubi" tra criminalità organizzata, neofascismo, massoneria occulta e settori infedeli dello Stato. Al Festival dei libri sulle mafie “Trame” di Lamezia Terme, lo storico Miguel Gotor ha raccontato la genesi del suo libro sull'omicidio di Piersanti Mattarella. 

A segnare la svolta nella sua ricerca, ha ricordato Gotor, “è stata un’intervista rilasciata da Sergio Mattarella al Corriere della Sera il 18 aprile 1993. In quell’occasione, l’attuale Presidente della Repubblica sostenne che sarebbe stato sbagliato leggere l’omicidio del fratello Piersanti soltanto in una dimensione regionale, cioè mafiosa, o nazionale, legata all’eversione neofascista, richiamando invece anche una dimensione internazionale e i rapporti tra ambienti statunitensi e circoli della P2”. 

Sull’attuale stato della democrazia in Italia, lo storico ha evidenziato: “Stiamo vivendo una crisi della nostra Repubblica, che si incrocia con gli affanni evidenti della democrazia politica rappresentativa in tutti i paesi occidentali a partire dagli Stati Uniti”.

“Da venticinque anni ormai non scegliamo più direttamente i nostri parlamentari”, ha affermato Gotor, richiamando il referendum elettorale del 18 aprile 1993 e la stagione del maggioritario. “Le leggi elettorali sembrano questioni tecniche, lontane dai cittadini, ma condizionano la qualità di una democrazia”.

 

L'Italia nel mirino. Il delitto Mattarella tra storia e verità giudiziaria 

Il nuovo libro di Miguel Gotor ricostruisce l'omicidio del presidente della Regione Siciliana e lo mette in relazione con le stragi di Ustica e Bologna, sullo sfondo di una guerra fredda che decideva il destino dell'Italia Il 6 gennaio 1980, mentre si recava a messa a Palermo, Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana ed erede politico di Aldo Moro, veniva assassinato. A distanza di oltre quarant'anni, la sua morte resta una ferita aperta nella storia repubblicana: un caso giudiziario ancora in evoluzione, con i mandanti mafiosi condannati ma gli esecutori materiali ancora senza nome, e un'inchiesta riaperta che nel 2026 continua a cercare risposte. È in questo vuoto che si inserisce il lavoro dello storico Miguel Gotor, che al Trame Festival di Lamezia Terme presenterà il suo ultimo libro, L'omicidio di Piersanti Mattarella. L'Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980), pubblicato da Einaudi. Gotor non si limita a ricostruire un delitto: compie un viaggio nelle stratificazioni del potere italiano, mettendo in luce quelli che Giovanni Falcone definiva «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia e apparati deviati dello Stato. Il punto di partenza è una relazione chiave. Nel 1989, il magistrato Loris D'Ambrosio – che aveva ereditato le inchieste sul neofascismo romano dopo l'uccisione dei procuratori Occorsio e Amato – consegnò a Falcone 400 pagine rimaste segretate per trent'anni. La sua conclusione era netta: l'omicidio Mattarella non è un omicidio mafioso, ma «un omicidio di politica mafiosa», un'azione in cui «si vede con chiarezza l'energia, la forza, la presenza dell'antistato». Gotor, che ha dedicato il suo libro a D'Ambrosio, parte da questa intuizione per allargare lo sguardo al contesto internazionale e ai rapporti di forza che resero possibile quel crimine. Cosa significa «politica mafiosa»? Per Gotor non si tratta di una contraddizione, ma di una sintesi. La pista mafiosa e quella neofascista non si escludono: si integrano. Lo dimostra il fatto che i nuovi indagati per l'esecuzione materiale del delitto, i boss Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, non sono solo mafiosi, ma anche noti neofascisti, già coinvolti in precedenti tentativi golpisti. I legami logistici e organizzativi tra Cosa Nostra e l'eversione nera affondano le radici in una storia lunga, che da Portella della Ginestra arriva fino a Capaci. Ma Gotor va oltre. Nel suo libro, l'omicidio Mattarella è messo in relazione con gli altri due grandi traumi del 1980: la strage di Ustica (giugno) e la strage di Bologna (agosto). Sullo sfondo, un cambio di scenario epocale: la decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise, in funzione antisovietica e antilibica. È in questo crocevia – tra guerra fredda, interessi atlantici, affari e strategie di destabilizzazione – che, secondo Gotor, va cercato il senso profondo dell'uccisione di Mattarella. Il libro, però, non è solo un'inchiesta sul passato. Gotor è esplicito: «Non c'è nessun libro di storia che non si scriva disperatamente con le unghie infilate nel presente». La sua domanda è politica e attuale: perché in Italia, a cinquant'anni dai fatti, la magistratura indaga ancora su decine di eventi degli anni Settanta e Ottanta, mentre in Francia, Germania o Spagna il passato è stato affidato alla storia? «Questa penalizzazione del passato», sostiene Gotor, «condiziona l'opinione pubblica, la fiducia tra cittadini e istituzioni e persino il mestiere dello storico». Ecco allora il senso del suo lavoro: non attendere che la verità giudiziaria si pronunci per scrivere la storia. Lo storico, a differenza del giudice, non deve giudicare né è vincolato ai tempi processuali. Il suo compito è comprendere, ricostruire contesti, tessere relazioni – anche internazionali – che la giurisdizione, per sua natura nazionale, non può sempre intercettare. Come ha ricordato Gotor nel suo intervento, tra il medico e lo storico esiste un'analogia profonda: «Lo storico si comporta rispetto al corpo sociale come un medico si comporta rispetto a un corpo fisico». La memoria serve a picchettare le ferite, ma a volte bisogna incidere in profondità, come con un bisturi, per ripulire il tessuto infetto. Ed è quello che lui ha cercato di fare. Trame con il suo tema di quest'anno «Terra e Libertà», è la cornice ideale per questo confronto. Perché il libro di Gotor parla a un'Italia che ancora oggi, nel 2026, appare a molti «lacerata e smarrita», immersa in una crisi della democrazia rappresentativa che attraversa tutto l'Occidente. Raccontare l'assassinio di Mattarella, le sue connessioni con Ustica e Bologna, con la P2 e la guerra fredda, significa interrogarsi su come si è costruito il presente e su quali ombre – ancora non dissolte – continuino a pesare sul nostro futuro. 

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