Oggi, e ogni 24 maggio, ricorre la Giornata della Memoria Lametina delle vittime innocenti di ndrangheta, patrocinata dall’amministrazione comunale, e fortemente voluta dalla Fondazione Trame, dall’Associazione Antiracket Ala e da A.G.E.S.C.I. Zona Reventino, allo scopo di rinnovare l’impegno affinché le vittime innocenti non siano mai dimenticate.
Da tempo è stato avviato un percorso sinergico, che riconosce nella memoria il monito contro l’indifferenza e le oppressioni della criminalità organizzata, e individua nella conoscenza la garanzia dei valori di giustizia, democrazia e libertà contro ogni tentativo di prevaricazione e di illegalità.
Volevamo concretizzare in una data questo processo di comprensione e riappropriazione della storia locale.
Il 24 maggio coincide con l’anniversario del tragico attentato mafioso in cui persero la vita, a Lamezia Terme, due operatori ecologici al servizio della città, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano: un massacro senza precedenti in Calabria, che si consumò nel silenzio delle prime ore del giorno e che non ha ancora ottenuto verità giudiziaria.
Noi vogliamo che il 24 maggio per Lamezia sia l’occasione per ricordare, insieme a loro, tutte le vittime innocenti, con lo scopo di rinnovare e preservare una memoria storica locale condivisa in difesa delle istituzioni democratiche.
Ricordare significa sottrarre queste storie al silenzio e all’oblio, continuando a chiedere verità e giustizia. Significa riconoscere il dolore delle famiglie e delle comunità colpite, ma anche affermare con forza i valori della legalità, della Giustizia, della libertà e della democrazia.
La memoria non riguarda soltanto il passato. È una scelta che interpella il presente e orienta il futuro.
Per questo vogliamo commemorare:
Francesco Ferlaino
Primo magistrato vittima della ‘ndrFerlainoin Calabria, avvocato generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro, venne assassinato il 3 luglio 1975 da sicari rimasti ignoti. La sua morte segnò uno spartiacque nella storia criminale della regione, rivelando la capacità della ‘ndrangheta di colpire direttamente le istituzioni dello Stato.
Tra le ipotesi investigative emerse nel tempo vi fu quella legata alla profondità delle sue indagini: Ferlaino aveva intuito i legami tra criminalità organizzata, poteri economici e ambienti della massoneria calabrese, anticipando la crescita dell’influenza che la ‘ndrangheta avrebbe esercitato negli anni successivi. Aveva inoltre presieduto il processo contro alcuni esponenti della mafia palermitana coinvolti nella strage di Ciaculli e si occupava di delicati fascicoli relativi a sequestri di persona e presunti boss del territorio.
Nel corso delle sue attività investigative erano state avanzate anche misure di prevenzione nei confronti di alcuni indagati, e proprio nell’abitazione di uno di essi venne rinvenuto un appunto con il nome del magistrato.
A cinquant’anni dal delitto, l’omicidio di Francesco Ferlaino resta senza colpevoli e senza giustizia definitiva.
Per questo vogliamo commemorare:
Giuseppe Bertolami
Imprenditore florovivaista, venne sequestrato il 12 ottobre 1983. Da quel giorno di lui non si ebbero più notizie e il suo corpo non fu mai ritrovato.
Le trattative con i rapitori iniziarono immediatamente, ma si interruppero dopo poche settimane, lasciando spazio soltanto al silenzio e all’incertezza. Negli anni, i familiari hanno continuato a chiedere verità e giustizia, senza mai ottenere risposte né conoscere il destino del loro caro.
Il caso Bertolami si inserisce nella tragica stagione dei sequestri di persona che colpì il Lametino e l’intera Calabria tra gli anni Settanta e Ottanta, quando la ‘ndrangheta trasformò i rapimenti a scopo estorsivo in uno dei principali strumenti di finanziamento e controllo criminale del territorio.
Oltre quarant’anni dopo, il sequestro di Giuseppe Bertolami resta ancora avvolto nel mistero. La sua famiglia e la comunità attendono ancora verità.
Per questo vogliamo commemorare:
Giuseppe e Giovanni Lo Moro
Padre e figlio, direttore didattico il primo e studente il secondo, furono assassinati l’8 gennaio 1985 mentre percorrevano la strada che conduceva a Filadelfia, dove ogni mattina si recavano per andare a scuola.
Giovanni aveva diciannove anni, frequentava l’ultimo anno del liceo scientifico e aveva conseguito da poco la patente. Quel giorno era lui alla guida dell’automobile del padre, che nei giorni precedenti aveva subito un intervento agli occhi. I loro corpi vennero ritrovati crivellata di colpi, lungo la strada che conduceva al paese.
Fin dalle prime fasi investigative emersero reticenze, silenzi e un clima diffuso di omertà che rese estremamente difficile l’accertamento della verità. Alcuni elementi importanti dell’inchiesta, tra cui il ritrovamento di una Fiat 127 coinvolta nella vicenda, emersero con ritardo anche a causa della scarsa collaborazione sul territorio. Il processo si concluse nel 1988 con l’assoluzione degli imputati. Ancora oggi non esiste una verità definitiva né piena giustizia.
Per questo vogliamo commemorare:
Antonio Raffaele Talarico
Guardia giurata, venne assassinato il 2 settembre 1988 mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere edile in località Bagni dove lavorava. Fu vittima innocente della ‘ndrangheta, ma il riconoscimento ufficiale arrivò soltanto nel 2009.
Il suo omicidio apparve fin da subito come un vero e proprio agguato mafioso. Per anni, però, le indagini non produssero risultati concreti. Solo a distanza di vent’anni emerse la verità che confermò i sospetti degli investigatori dell’epoca: Talarico era stato ucciso nell’ambito delle lotte per il controllo territoriale delle guardianie nel quartiere di Sambiase.
Gli inquirenti avevano intuito fin dall’inizio il coinvolgimento di una cosca radicata sul territorio, interessata a mantenere il controllo delle attività economiche e delle estorsioni locali.
Nonostante le condanne definitive, la famiglia Talarico attende ancora il riconoscimento pieno dei propri diritti e una conclusione giudiziaria che possa almeno restituire dignità a una vicenda segnata da dolore e ingiustizia.
Per questo vogliamo commemorare:
Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano
Dipendenti comunali addetti alla nettezza urbana, furono uccisi all’alba del 24 maggio 1991 nel quartiere Miraglia dell’allora comune di Sambiase.
Quella mattina si trovavano sul camion della Sepi, la società incaricata del servizio di raccolta dei rifiuti, in sostituzione di due colleghi assenti. Un commando armato aprì il fuoco contro il mezzo: l’autista riuscì a sopravvivere e fu l’unico testimone dell’agguato.
Il processo iniziò soltanto due anni dopo e si concluse nel 1993 con l’assoluzione degli imputati. Non vi fu appello perché la richiesta di ricorso venne depositata fuori termine.
Errori, omissioni e zone d’ombra hanno impedito di fare piena luce sul duplice omicidio.
A trentacinque anni di distanza, quella ferita resta ancora aperta nella memoria della città.
Per questo vogliamo commemorare:
Pietro Bevilacqua
Vigile del fuoco, venne assassinato il 29 dicembre del 1991, poche settimane prima dell’omicidio dei coniugi Aversa-Precenzano.
Fu ucciso perché ritenuto responsabile dell’incidente stradale nel quale perse la vita Vincenzo Paradiso, figura di vertice dell’organizzazione criminale che riuniva le famiglie Torcasio, Giampà e Cerra.
Temendo ritorsioni, Bevilacqua aveva cercato protezione rivolgendosi a un boss locale. Proprio questo elemento contribuì però a trasformarlo in bersaglio: la sua eliminazione maturò all’interno delle lotte di potere della ‘ndrangheta lametina, in una fase di ridefinizione degli equilibri criminali sul territorio.
La sua morte rappresenta una delle pagine più drammatiche della violenza mafiosa che travolse anche cittadini estranei alle logiche criminali.
Per questo vogliamo commemorare:
Salvatore Aversa e Lucia Precenzano
Rispettivamente sovrintendente della PoPrecenzanotato e insegnante, vennero assassinati il 4 gennaio 1992 in un agguato eseguito da killer professionisti rimasti senza volto.
Il loro duplice omicidio sconvolse l’intero Paese. Ai funerali di Stato partecipò anche il Presidente della Repubblica, in uno degli anni più sanguinosi della storia mafiosa italiana.
Aversa era impegnato in delicate indagini contro la criminalità organizzata. Le ragioni dell’omicidio, secondo molte ricostruzioni, andavano ricercate proprio nei fascicoli su cui stava lavorando. Colpire lui significava colpire lo Stato. Uccidere anche Lucia Precenzano, docente stimata e conosciuta, significò invece oltrepassare ogni limite di ferocia criminale.
Con la loro vita onesta e il loro esempio civile, Salvatore Aversa e Lucia Precenzano continuano a rappresentare un simbolo di legalità, dignità e resistenza morale contro l’arroganza mafiosa.
Per questo vogliamo commemorare:
Gennaro Ventura
Fotografo e carabiniere in congedo, fu uccisPulice6 dicembre 1996 al termine di una vicenda rimasta avvolta nel silenzio per quasi vent’anni.
Secondo quanto emerso successivamente dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Ventura venne assassinato per punirlo di alcune attività investigative svolte negli anni precedenti quando era in servizio come carabiniere a Tivoli.
Attirato con l’inganno, venne freddato con due colpi di pistola. Il suo corpo rimase nascosto per dodici anni in un casale abbandonato, insieme alla sua attrezzatura fotografica.
Solo nel 2015, grazie alle rivelazioni del pentito Gennaro Pulice, la verità sull’omicidio emerse pubblicamente, restituendo finalmente un nome e una storia a una delle vicende più oscure della criminalità lametina.
Per questo vogliamo commemorare:
Torquato Ciriaco
Avvocato amministrativista e imprenditore, venne assassinato nella notte del 1° marzo 2002 al termine di un piano criminale preparato con cura.
Il delitto suscitò enorme clamore e gli investigatori individuarono subito una matrice mafiosa, sia per le modalità dell’omicidio sia per il contesto in cui maturò. Più difficile fu invece individuare mandanti e movente.
Con il passare degli anni, attorno alla sua morte si sono intrecciate ipotesi sempre più complesse: rapporti tra criminalità organizzata, affari, politica, massoneria deviata e poteri occulti.
A distanza di anni, il processo è ancora in corso e la famiglia continua ad attendere verità e giustizia.
Per questo vogliamo commemorare:
Francesco Pagliuso
Avvocato penalista di grande esperienza, venne assassinato nella notte tra il 9 e il 10 agosto 2016 nel cortile della propria abitazione.
Aveva quarantatré anni, una brillante carriera professionale ed era stato difensore in alcuni dei più importanti processi di ‘ndrangheta della provincia di Catanzaro. Ricopriva inoltre il ruolo di segretario della Camera Penale.
Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo, portarono all’arresto dell’esecutore materiale dopo un anno e sette mesi.
Secondo l’accusa, il delitto maturò come vendetta da parte di due ex assistiti nei confronti dell’avvocato. Un omicidio che colpì profondamente l’intera comunità forense e civile, ricordando ancora una volta quanto la violenza mafiosa possa insinuarsi anche nei rapporti professionali e personali.
Le storie delle vittime lametine, e ogni altro episodio di ingiustizia e violenza ai danni di un innocente per mano mafiosa, costituiscono un fardello per tutta la comunità, che non può né accettare né dimenticare il destino che qualcuno ha scelto per molti in questa terra.
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