di Ludovica Di Rende, Sabrina Muraca
Tra i tanti incontri dell’ultima giornata di Trame Festival, uno ha riguardato il Neofascismo: si tratta della presentazione del libro “Il nero dei giorni. Storia del giudice Amato, delle sue indagini e del suo omicidio”, edito da Laterza, scritto da Mario Di Vito che ha dialogato con la giornalista Enrica Riera. L’incontro è ruotato attorno al triste omicidio del giudice Mario Amato a opera dei terroristi dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), organizzazione di orientamento neofascista. La mattina dell’attentato, avvenuto il 23 giugno 1980, il giudice aspettava l’autobus in Viale Jonio a Roma, quando fu brutalmente ucciso: Gilberto Cavallini gli sparò alla nuca, mentre Luigi Ciavardini attendeva in sella a una moto per la fuga. Nel periodo precedente all’aggressione, il magistrato si trovò a gestire ben 600 fascicoli sull’eversione nera ereditati dal collega Vittorio Occorsio, il quale era stato ucciso nel 1976. Amato si ritrovava a lavorare senza scorta, senza auto blindata e in una Procura che era sorda ai suoi allarmi. Il simbolo più toccante del drammatico abbandono istituzionale risiede nel buco nella suola della scarpa, visibile nelle foto del giorno del suo omicidio. Il motivo dell’uccisione di Amato consiste nell’intuizione del giudice riguardo il fatto che lo “spontaneismo armato” dei giovanissimi membri dei NAR (che spesso avevano meno di vent’anni) non era affatto slegato dal passato, ma era guidato e manipolato dalla vecchia guardia ordinovista e stragista. Secondo le indagini di Amato, l’anello di congiunzione tra le due generazioni di terroristi neri era Paolo Signorelli, ideologo di Ordine Nuovo e figura di spicco del Movimento Sociale Italiano (MSI). Nonostante i numerosi processi e gli anni di carcere, Signorelli fu infine sempre assolto e morì da innocente. La storia si ricollega ai giorni nostri attraverso il nipote di Signorelli, suo omonimo ed ex capo ufficio stampa del ministro dell’agricoltura Lollobrigida, dimessosi dopo la pubblicazione di alcune chat private con il capo ultras del Lazio Fabrizio Piscitelli, detto “Diabolik”. In queste conversazioni emergevano insulti antisemiti, nostalgie fasciste e legami amichevoli con l’ex NAR Luigi Ciavardini, dimostrando la persistenza nel tempo di certe reti relazionali e ideologiche. In conclusione, la storia di Mario Amato non è solo la cronaca di un martirio annunciato, ma rappresenta lo specchio di un’epoca in cui lo Stato ha lasciato da solo chi cercava la verità. I fili sottili che collegano i protagonisti di quella stagione alla cronaca recente dimostrano che comprendere il terrorismo nero non è un esercizio nostalgico, ma una chiave necessaria per decifrare le zone d’ombra del nostro presente.

