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"Una come noi": la storia dimenticata di Germana Stefanini

Giovanni Bianconi racconta l’unica donna uccisa dal terrorismo rosso e riflette sui legami tra mafia, terrorismo e memoria collettiva

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di Sabrina Muraca e Serena Savatteri 

Durante la prima giornata della quattordicesima edizione di Trame, Festival dei libri sulle mafie, a Lamezia Terme, Giovanni Bianconi, giornalista e autore, ha parlato del suo nuovo libro “Una Come Noi”, insieme al giornalista Nicola Mirenzi, riguardante il sequestro e l’omicidio di Germana Stefanini, l’unica donna uccisa dal terrorismo rosso in Italia. La vigilatrice penitenziaria venne sequestrata a Roma il 28 gennaio del 1983 dall’organizzazione terroristica “Potere proletario armato” e l’autore ha voluto raccontare la sua storia per offrire un punto di vista inedito sui capitoli meno conosciuti di quella lotta armata che ha insanguinato per anni il nostro Paese.
L’incontro, avvenuto presso Palazzo Nicotera, ha convogliato diverse tematiche, tra queste la situazione socio-politica italiana degli anni ’80, definita da Bianconi una storia dimenticata ma molto significativa. Il periodo trattato nell’opera è quello Rosso italiano, ma l’autore ha sottolineato il fatto che esso fosse in prossimità della fine. La protagonista dell’opera è una donna di umili origini, che stava svolgendo gli ultimi anni di servizio prima della pensione, nel carcere che oggi porta il suo nome, a Rebibbia. La sua vita cambiò drasticamente quando venne considerata un nemico per gli ideali che le Brigate Rosse portavano avanti e divenne simbolo del “problema da eliminare”. Infatti, le guardie carcerarie rappresentavano l’ostacolo tra i terroristi e coloro che si erano pentiti. Germana Stefanini viene rapita, picchiata, posta sotto interrogatorio, come accaduto ad Aldo Moro 5 anni prima, e uccisa, perché accusata di essere un ingranaggio di un sistema di repressione a loro ostile, nonostante i ripetuti tentativi da parte della vittima di spiegare ai rapitori di non avere in mano le redini del sistema carcerario. I tre colpevoli hanno deciso di non collaborare con le autorità ed essi, toccati profondamente da ciò che avevano compiuto, decisero di condannarli alla pena dettata dall’art.90, oggi 41bis. Loro sono i pochi brigatisti che, ancora oggi, hanno deciso di non pentirsi e di non accedere al programma di reinserimento nella società. Ogni giorno, dopo l’ora d’aria, essi entrano, paradossalmente, nell’istituto di detenzione che oggi porta il nome della donna da loro uccisa.
Nel corso del suo intervento, Bianconi ha fatto riferimento al legame tra il fenomeno terroristico e il fenomeno mafioso. Sono fenomeni molto diversi -ha dichiarato- com’è diverso l’atteggiamento dello stato nel fronteggiarli. Ha voluto, infine, precisare come combattere il terrorismo sia stato relativamente semplice, mentre al contrario combattere la mafia coinvolge interessi molto più complessi. La parte peggiore del terrorismo è quella di svuotare l’anima delle persone, perché l’obiettivo da colpire è un simbolo- ha aggiunto poi. 

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