di Anna Pagliaro e Serena Savatteri
Durante la seconda giornata di Trame, festival dei libri sulle mafie, si è tenuto l’incontro “Le mafie non giocano”, con il caporedattore di Avvenire Toni Mira e il giornalista Andrea Giambartolomei, a cura degli attivisti Maria José Fava e Gianpiero Cioffredi e del giornalista Peppe Ruggiero.
Da sempre, la rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi che porta il nome di “Libera contro le mafie”, si impegna non solo nella lotta alla criminalità organizzata, ma anche per il raggiungimento di una legalità democratica fondata sull’uguaglianza.
«Ci siamo accorti, parlando più volte con magistrati -ha esordito Mira- che l’affare del gioco d’azzardo attira sempre le associazioni mafiose, che tendono abitualmente verso attività particolarmente proficue».
Le mafie, infatti, sono presenti nell’economia legale a tutti gli effetti a causa della liberalizzazione del mercato: lo testimoniano i 147 clan che, tra il 2020 e il 2024, risultarono attivi nel settore del gioco d’azzardo. È stata spiegata anche la complessità dell’infiltrazione mafiosa all’interno del mondo delle scommesse online, più difficili da controllare, in quanto sfruttano server esteri, portafogli digitali e mercati di gioco illegali, che aggirano le normative antiriciclaggio.
Il fenomeno del gioco d’azzardo patologico, purtroppo, non risparmia nemmeno personaggi noti, come i professionisti della Serie A: non è raro apprendere di arbitri e calciatori che, al fine di ripagare un debito oneroso, mantengono contatti insistenti con le organizzazioni mafiose e utilizzano svariati illeciti sportivi, come, appunto, l’ausilio del settore delle scommesse clandestine.
«Sono ben 15000 le persone seguite dai Servizi Per Le Dipendenze (SERD)- conclude Giambartolomei- e sono 210 le strutture apposite sparse in tutta Italia. Per ogni persona dipendente dal gioco d’azzardo, ci rimettono altre 7 persone, tra familiari e qualcuno in più».

