di Isabella Fazio
Ci sono ferite che il tempo non riesce a rimarginare. E ci sono storie che, anche a distanza di decenni, continuano a pesare sulla coscienza di una comunità. È da qui che prende avvio la nuova serie di incontri proposta da Trame, un percorso che, appuntamento dopo appuntamento, porterà alla luce vicende diverse, unite da una stessa, profonda sete di giustizia.
Ad aprire il ciclo è stato l'incontro curato da Ugo Floro e da Maria Teresa Morano, responsabile per la Calabria del progetto “Rete Antiracket”, promosso dalla Federazione delle Associazioni Antiracket Italiane (FAI) in collaborazione con il Ministero dell'Interno e da oltre trent'anni impegnata nella costruzione di una rete civile contro le mafie. Un confronto che ha riportato al centro le vicende delle vittime innocenti lametine e il peso di una memoria che ancora oggi reclama verità.
«Questa esperienza vuole dare voce non ad eroi, ma a persone comuni che nel quotidiano credono nei valori, nei doveri e per le quali denunciare è qualcosa di naturale». Una normalità che, è stato sottolineato, va custodita e incoraggiata, perché la retorica dell'eccezionalità rischia troppo spesso di allontanare la responsabilità collettiva.
La storia raccontata in questo primo appuntamento è, nelle parole di Morano, «la storia di una grande sete di giustizia». Una tensione che attraversa più di mezzo secolo di vicende irrisolte e oltre duecento morti che hanno segnato profondamente la storia di Lamezia Terme. «Questi casi continuano a reclamare il valore della giustizia», ha ricordato, osservando come omicidi lontani nel tempo condividano ancora oggi una stessa ferita: quella dell'assenza di verità.
La recente giornata dedicata agli omicidi lametini del 24 maggio ha rimesso al centro una una riflessione: è possibile che sia arrivato il momento di riattivare tutti gli strumenti investigativi e giudiziari disponibili e provare ad avvicinarsi, se non alla verità processuale, almeno a quella storica?
«È possibile che in questa città tutte queste morti non possano avere uno spiraglio di luce? Ci sono storie più antiche, altre più recenti. Tutte però, ahimè, accomunate dalla stessa condizione: un prezzo troppo alto da pagare.» aggiunge Morano.
Se da un lato è necessario continuare a chiedere alla magistratura di percorrere ogni strada possibile, dall'altro non può essere ignorata la responsabilità della comunità. È anche da questa consapevolezza che nasce l'invito a rimettere insieme tante vicende correlate tra loro, provando a restituire un quadro a storie troppo spesso rimaste isolate.
“Storie di uomini e donne che resistono” sarà un lavoro di ricostruzione che proseguirà nei prossimi appuntamenti, portando all'attenzione della città i nomi e le vicende di Ferlaino, Bertolami, Giuseppe Lo Moro, Giovannino Lo Moro, Raffaele Talarico, Francesco Tramonte, Pasquale Cristiano, Ciriaco e Pietro Bevilacqua. Storie diverse, ma attraversate dalla stessa richiesta di verità.
Perché la memoria, da sola, non basta. Ha bisogno di essere condivisa, interrogata, trasformata in responsabilità collettiva. E una città che continua a fare i conti con le proprie ferite, senza smettere di interrogarsi su ciò che è stato e su ciò che avrebbe potuto essere, è forse una città che non ha ancora rinunciato a cercare la verità.

