di Dario Carmelo Rocca
L’ultimo panel del secondo giorno di Trame ha visto protagonista la Germania e i fenomeni criminali che operano in quel paese. Per comprendere il fenomeno criminale tedesco, Anna Sergi, Ordinaria di Sociologia della Devianza all’Università di Bologna, Ruggero Scaturro, Senior Analyst del GI-TOC e specialista di crimine transazionale e Judith Eisinger di Mafieneindanke, associazione antimafia che opera in Germania (ma non tedesca, tiene a dire la Eisinger, in quanto ha tanti italiani che vivono e collaborano con l’associazione) ne parlano insieme con la moderazione di Michael Braun, giornalista e corrispondente dall’Italia della Die Tageszeitung. Per comprendere il fenomeno criminale in Germania, e forse nel resto del mondo fuori dall’Italia, gli ospiti di questo panel chiedono uno sforzo al pubblico: per comprendere le mafie fuori dal nostro Paese si deve uscire dalla mentalità italiana ma bisogna calarsi nel contesto del Paese da analizzare: la sua economia e le strutture sociali, politiche e culturali. L’approccio adottato dal panel, più lontano da quello giornalistico e più vicino a quello accademico e analitico, offre diversi spunti di riflessione che sono utili per comprendere, da italiani, che spesso incorniciamo i fenomeni nei paesi esterni e nei nostri framework culturali senza comprenderli quindi del tutto.
Scaturro e Sergi in particolare ci chiedono, di comprendere il paese in analisi e i fenomeni criminali in Germania non come una proiezione della mafie locali (certamente fondamentale è per questo contesto la ‘Ndrangheta ma si parla di tutti i fenomeni di criminalità organizzata) ma come dei fenomeni che si calano nel paese ospitale. Un ragazzino di quindici anni che ferisce in un agguato un boss della mafia cecena ad Amburgo, non appartiene allo stesso fenomeno culturale della strage di Duisburg del 2007, eppure, da italiani tendiamo a calare delle categorie tipicamente italiane a contesti esterni.
La ‘Ndrangheta, dice Anna Sergi, esiste in vari posti, la ‘ndrangheta essendo un fenomeno tipicamente calabrese si comporta da tale, emigra, si stabilisce in un posto e mantiene una doppia identità: è una cosa in Calabria e una cosa nel posto in cui emigra, vive la Germania ma vive anche la Calabria, fa avanti e indietro torna alle feste comandate e così via. In Italia, si tende a pensare invece al fenomeno criminale come fenomeno unitario, eppure può essere (e spesso non è così) un fenomeno completamente autonomo in Germania. Un cognome ha valenze diverse in Italia o in Germania, ed è successo di gruppi ‘Ndranghetistici che facevano affari in Germania, e quando un procuratore tedesco chiedeva informazioni all’Italia, in Italia si restava sbalorditi perché esistevano rapporti totalmente indipendenti rispetto alla Calabria.
Ci si è poi addentrati anche nelle dinamiche economiche: la Germania è un’economia estremamente avanzata, è il paese che gioca un ruolo importantissimo in Europa. Bisogna comprendere che gli interessi delle criminalità organizzate, delle mafie, sono totalmente diversi dall’Italia perché diversi sono gli interessi in ballo, le economie, i tessuti sociali: non può esistere, se non in casi rari o comunque limitati, un fenomeno estorsivo e di controllo del territorio come quelli che, ad esempio, si possono vedere in Calabria, ma esistono certamente fenomeni di tipo economico che si intrecciano con l’economia tedesca che viene sfruttata per i fenomeni criminali. Ancora, anche le infrastrutture e la posizione geografica, Scaturro ci dice che la Germania è un hub fondamentale per i traffici di diversi tipi di sostanze, Dalla cocaina nei porti, Amburgo, Brema ma anche le droghe sintetiche e i precursori che vengono poi raffinate e spacciate nel paese e nel sud Europa.
Per un paese come la Germania, l’errore, dice Sergi, è quindi cadere nella trappola etnica: se dal’Italia arrivano le informative che danno per scontato che la provenienza geografica o il cognome che si porta siano in automatico sinonimo di appartenenza mafiosa e ‘Ndranghetistica, questo diviene un problema. Può la semplice solidarietà, ad esempio tra immigrati, diventare prova indiziaria nel processo di mafia? Può un essere umano diventare persona di interesse per un fatto culturale? E qui entra in gioco anche un paradosso perché può capitare che una persona, e sono fatti realmente accaduti, venga riconosciuta come ‘Ndranghetistica, appartenente a quel filone culturale a quella famiglia a quel contesto, ma poi non viene condannata in quanto manca l’atto criminoso. Ad un certo punto serve chiedersi se bisogna non considerare mafioso qualcuno che non fa un crimine anche se proviene o vive quel contesto, oppure in modo deterministico ed errato dire che se uno nasce ‘ndranghetista muore tale. Anna Sergi ci dice che bisogna chiedersi cosa è manipolazione della cultura e cosa poi è davvero ‘Ndrangheta.
E qui entra in gioco anche l’antimafia e la sua declinazione tedesca, se in Italia si ha ormai poco da chiedere al tessuto giudiziario, ad esempio in Germania manca ancora la definizione giudiziaria di associazione mafiosa, manca la fattispecie di reato, manca il coordinamento tra procure e tra stati diversi (la Germania è uno Stato Federale) esistono difficoltà tra procure e tribunali. Ma basta esportare il modello italiano? Mutare nell’ordinamento tedesco il 416-bis può essere una soluzione? Molto probabilmente no, e sarebbe anche controproducente: se si vuole contrastare la criminalità organizzata e i fenomeni mafiosi in Germania (e forse anche in altri paesi) serve calarsi in quel contesto, abbandonare i nostri framework culturali e comprendere i fenomeni per come vivono e prosperano nel territorio che si studia.

