ll padrino dell’antimafia” Attilio Bolzoni

Un personaggio controverso, “paladino della legalità” è il protagonista dell’ultimo libro di Attilio Bolzoni: “Il padrino dell’antimafia. Una cronaca italiana sul potere infetto”(Zolfo). Nell’incontro col giornalista Paolo Mondani, che ha dedicato alla vicenda due puntate di Report, l’autore – giornalista di Repubblica – ha svelato le trame di una macchina ben più complessa di quanto sembri in superfice, rispetto alla storia di Calogero Antonio Montante. Una rete composta di personaggi e intrecci che “sembrano rispecchiare quelli della P2”, ma attraverso un crimine più “liquido”.
Detto “Antonello”, proveniente dalla mafia di Serradifalco, nel cuore di uno dei boss di cosa nostra, improvvisamente Montante diventa il faro dell’antimafia e vicepresidente nazionale di Confindustria, con delega alla Legalità. Il più giovane Cavaliere del lavoro d’Italia. Autentica conversione? No, sottile trama della mafia per “pulirsi la faccia” dopo le stragi, con la complicità di almeno due ministri dell’interno (Cancellieri e Alfano), almeno due direttori della DIA, alti ufficiali dei carabinieri e della finanza, scrittori, giornalisti e magistrati. E le lettere di minacce, le intimidazioni ricevute da Montante? False. “È il delitto perfetto”. Questo è quello che viene raccontato nel libro di Bolzoni. “Una grande fogna” di cui il sistema Montante è solo una microscopica parte, e il protagonista, attualmente condannato a quattordici anni di carcere per associazione a delinquere e corruzione, è soltanto un “pupo”. «Spartiacque nella vicenda – afferma Bolzoni – è l’arresto del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano nel 2006». Nasce qui l’esigenza di rimpiazzare questi personaggi, di nascondersi dietro volti puliti. Ma è anche l’indagine che cambia. La mafia non crea allarme sociale senza le armi, “la mafia che non si vede è lasciata stare”, anche dai procuratori stessi. Nello stesso anno, i rapporti che metterebbero in dubbio le intenzioni di Montante vengono insabbiati. Ed è così che la Confindustria di Caltanissetta – che lo “ripulisce” del suo passato – lo porta con facilità alla ribalta, insieme al presidente siciliano dell’associazione Lo Bello. Diverse le grandi collaborazioni (63 pagine di rapporti con giornalisti) che si aggiungono al silenzio sospetto degli esponenti (politici, giornalisti, intellettuali), che avevano avuto rapporti con Montante. Sconcertante che il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, capocentro della Dia di Palermo, abbia passato una pennetta a Montante contenente le intercettazioni telefoniche tra l’ex senatore Nicola Mancino e l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, effettuate nell’ambito del processo Stato-mafia, ufficialmente distrutte nel 2012. «Difficile – afferma Bolzoni – che i magistrati che hanno avuto con lui, anche brevi conversazioni, non abbiano almeno intuito che qualcosa non andasse». Molto più probabile che “non abbiano voluto capire”, o che «molto spesso c’è un’antimafia che in assenza di fatti di sangue non ha avuto gli strumenti culturali per capire che cosa stava succedendo». Tutto questo “è un pericolo per la democrazia”.Precisa, infine, che se è pur vero che “un pezzo dello Stato ha un cuore nero”, un pezzo si affida ai “malacarne”, l’altro è dalla parte dei cittadini, ed è proprio quella che ha portato a far luce sul caso e consente al festival  stesso di svolgersi.

intervista ad Attilio Bolzoni